Bottega Esoterica

di Alessandro Bonet

Giuseppe d’Arimatea
e il Vangelo di Nicodemo

Il panorama della storia della magia e dell’esoterismo è vasto e ricco di fatti, racconti, leggende e nomi più o mento autorevoli e più o meno conosciuti.

Sono tutte storie che meriterebbero di essere ricordate. Ma come ci diciamo sempre, il tempo a disposizione non è infinito e tanto meno lo sono le mie conoscenze. Il mio intento è quello di dare spunti interessanti per delle riflessioni facendo molta attenzione a non trascendere, citando false fonti o a dilungarmi troppo, per non annoiare chi mi ascolta.

Occorre dunque fare una selezione. Fermo restando che, alcuni nomi non si possono omettere se si parla di esoterismo, magia ed affini, l’obiettivo della mia ricerca è stato quello di riportare all’attenzione personaggi e vicende, che nella narrazione convenzionale, occupano posizioni di secondaria importanza o apparentemente marginali.
Ed è il caso ad esempio, di Giuseppe d’Arimatea.

Il mistero lo avvolge sin da subito. Le sue origini sono ignote e ad oggi oggetto di dibattito scientifico. Per alcuni Arimatea corrisponde alla città di Aramathea, nei pressi di Joppa, dove sarebbe nato Giuseppe, ma altri ne collocano i natali in una non meglio specificata città della Giudea.
Jean Markalle, esimio studioso di cultura celtica, lo citava nella prefazione del suo libro sul Santo Graal, con queste testuali parole: “inquietante personaggio evangelico, che avrebbe raccolto il sangue di Gesù in un “non meno enigmatico vaso”.

Al di là degli aggettivi utilizzati dal compianto professore, sappiamo che Giuseppe compare nelle cronache di tutti e quattro i Vangeli canonici. Egli si sarebbe occupato di quella che oggi potremmo definire un’azione squisitamente legale, vale a dire, la tumulazione della salma di Gesù.
Il fatto che i cronisti ufficiali, della Chiesa, ne abbiano scritto, ci fa propendere per l’attendibilità della fonte storica. Giuseppe d’Arimatea è realmente esistito. Ed è accertato anche quello che è stato il suo ruolo, onorevole e importante senza alcun dubbio. Ma non limitato alle sole esequie, come vedremo.

Tanto per cominciare, a seconda del vangelo che si legge, la figura di Giuseppe assume caratteristiche differenti.

Marco lo descrive come “membro autorevole e stimato del Sinedrio”, cioè a dire della massima istituzione Giudaica, e anche se al tempo la “terra promessa” era sotto la dominazione romana, esso godeva di ampia autonomia sia in ambito religioso che legislativo e governativo.
Matteo sottoscrive e aggiunge che Giuseppe era un ricco possidente.
Luca ne esalta le virtù umane, definendolo “buono e giusto”, e coraggioso aggiungerei, soprattutto perché oppose al suo omonimo Giuseppe Caifa e alla maggioranza dei membri del Sinedrio, che volevano la condanna a morte di Gesù.

Ultimo, ma non ultimo, nel vangelo di Giovanni si racconta di Giuseppe d’Arimatea come di un “discepolo occulto del Cristo”. Pare che la segretezza fosse dovuta alla paura di una ritorsione dei Giudei. Infine, viene riportato che, oltre a Caifa, anche Giuseppe avesse l’autorità necessaria per avere accesso diretto a Ponzio Pilato e fu così che ottenne di rimuovere precocemente il corpo di Gesù e di riservargli gli onori di una sepoltura “regale”. Tutto ciò potrebbe apparire scontato e banale se visto con gli occhi della fede. Per noi cristiani che Gesù sia stato seppellito con tutti “i crismi”, non suona come qualcosa di eccessivo o rutilante. Semmai è il minimo sindacale, mi si passi il termine.

Ma proviamo a pensare che la legge romana, non era particolarmente attenta per quanto riguardava il destino dei corpi dei morti per crocefissione, la quale era una pratica che veniva riservata a coloro che si macchiavano dei peggiori crimini oppure, agli individui dei ceti più bassi, come ad esempio gli schiavi.

Per Pilato & co. in definitiva, i cadaveri potevano essere lasciati a marcire attaccati ai legni, oppure gettati in fosse comuni. Ricordiamo che, per la maggior parte delle persone dell’epoca, Gesù doveva apparire come uno dei tanti disgraziati, delinquenti, rivoltosi o sedicenti, ai quali toccava di finire crocifissi, previa meticolosa flagellazione e successivo trasporto del patibulum.
Per la gente del tempo dunque, niente di nuovo sotto il sole.

Particolarmente interessante a mio parere, è il particolare che riguarda il “cripto discepolato”. Il fatto che, in una colonia romana, un notabile giudeo, contravvenendo al suo status, si sia preso tanto disturbo per occuparsi personalmente delle esequie di un giustiziato per sedizione, è decisamente qualcosa di più di un dettaglio. In realtà la legge ebraica non ammetteva l’esposizione dei corpi durante la notte, specialmente alla vigilia del sabato di Pasqua. Ma come detto, Gesù era un “Barabba qualunque”. Giuseppe quindi si oppose di fatto alla legge di Roma, dimostrando un coraggio non comune.

La svolta spettacolare della sua vicenda ci viene raccontata però da alcuni testi apocrifi; il primo e più importante tra essi è il vangelo di Nicodemo, conosciuto anche come Atti di Pilato. Quest’opera, datata come stesura ufficiale tra il IV e V secolo, ma riguardante eventi precedenti, attribuita al fariseo “braccio destro” di Giuseppe, non figura tra i testi canonici, tuttavia essa ha impattato in maniera enorme sull’iconografia, l’arte e la cultura cristiana del medioevo.
In questo vangelo apocrifo, è scritto che Giuseppe, cadde vittima dell’ira dei capi religiosi a causa della sua “

Ribellione e venne imprigionato in una cella sigillata e senza finestre, dalla quale incredibilmente sparì, per opera di Gesù risorto, e riapparve miracolosamente nella sua casa di Arimatea.
Il vangelo del fariseo, ci svela altri particolari assai interessanti, come ad esempio i nomi dei due ladroni Gesta e Disma e quello del centurione che trafisse il costato di Cristo per accertarne la morte, ossia Longino. Nella sua opera, Nicodemo provvede anche a redimere Pilato, definendolo “cristiano nel cuore” e consegnandolo alla gloria dei santi, per alcune chiese e confessioni orientali.
Ma soprattutto, e non è di poco conto, è nel Vangelo di Nicodemo che trova origine il mito del Graal, il calice usato da Gesù nell’ultima cena, lo stesso calice usato da Giuseppe per raccoglierne e conservarne il sangue.

Il suo successivo viaggio in Britannia, portando con sé la reliquia, l’arrivo all’isola di Glastombury (poi ribattezzata Avalon), dove viene edificata l’omonima abazia in omaggio a Maria, il mistero della sacra spina, ossia il bastone piantato nella terra da Giuseppe, che mette miracolosamente radici dando vita ad una particolare pianta di biancospino che fiorisce solo due volte l’anno, a Natale e a Pasqua, tutto questo sancisce un legame primordiale tra la cristianità e le terre dei druidi e se ci pensiamo, fornisce una legittimazione spirituale indipendente dall’autorità di Roma. A tal proposito, esiste addirittura una teoria per la quale, Giuseppe, sia stato un ricco e abile commerciante che faceva affari con la Cornovaglia oltre ad essere una sorta di mentore del giovane Gesù, che lo avrebbe seguito nei suoi viaggi commerciali molti anni prima dei fatti raccontati nei vangeli. William Blake, nel suo poema Jerusalem, si chiede infatti se “i piedi divini, abbiano mai camminato sulle verdi colline d’Inghilterra”.

La definitiva fusione tra racconto biblico e leggenda cavalleresca sotto forma di opera letteraria, arriva nel medioevo e la dobbiamo a Robert De Boron, chierico francese e al suo poema Joseph d’Arimathie.

Ma sono stati in tantissimi che, nel corso dei secoli si sono dedicati ad arricchire ed enfatizzare il mito del Graal e dei Cavalieri della Tavola Rotonda; Goffredo di Monmouth che da inizio alla Materia di Bretagna, meglio conosciuta come ciclo letterario bretone o ciclo arturiano, William di Malmesbury, lo stesso Blake, fino alla contemporanea Marion Zimmer Bradley solo per citarne alcuni. Quindi non mi soffermerò oltre. Ho voluto ricordare Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo perché incarnano a pieno i valori della bontà e della giustizia, oltre che della ricerca della verità. Giuseppe in particolare, rappresenta il punto di unione tra la cristianità, il messaggio di Gesù, la futura civiltà occidentale e le antiche tradizioni e culti precristiani. Una testimonianza incontrovertibile che ci dice che, al di là delle differenze e delle prese di posizione ideologiche, esistono un bene e una verità superiori.

Questo mio breve racconto, non ha velleità di insegnare nulla, né di scoprire qualcosa di nuovo, ma come sempre, vogliamo scuotere le coscienze, stimolare la curiosità, invogliare a farsi domande, abbandonare i concetti estremistici di qualsivoglia natura, e provare a pensare, che al di là delle convinzioni di ognuno di noi, esistono cose che, forse non riusciamo ancora a comprendere a pieno, ma che potrebbero essere salvifiche.

Il nostro stile è quello della narrazione ucronica; non la ricerca di sensazionalismi o la pretesa di riscrivere la storia, né di raccontare distopie, bensì di ricreare l’effetto “sliding doors” per citare l’omonimo film. Chi legge o ascolta, potrebbe trovare divertente e al contempo interessante pensare che, la storia così come la conosciamo, magari sarebbe potuta andare anche diversamente.
La storia di Giuseppe ci racconta di bontà, amore, fedeltà, speranza, coraggio, rinascita e ricerca della verità.

Tutti valori che sono imprescindibili per essere persone migliori, a tutte le latitudini.
E il Cielo lo sa, quanto di questi tempi, il mondo e in particolare quello occidentale, avrebbe bisogno di riscoprirli.

Un caro saluto e un arrivederci al prossimo appuntamento.
Restate con noi, nella Bottega esoterica.

Alessandro Bonet