La voce del Calamaio · Riflessioni e letteratura

Ulisse e Kafka: due viaggiatori dello stesso destino

Due percorsi diversi, uno attraverso il mondo e l’altro dentro l’anima, alla ricerca di una casa e di un senso per il viaggio.

I viaggi…Ci sono quelli che si misurano in miglia, chilometri, nodi o passi. E ce ne sono altri che si misurano in domande. Altri non vanno misurati.

Ulisse e Franz Kafka non si sono mai incontrati. Non avrebbero potuto. Uno è nato dall’immaginazione di Omero, l’altro è esistito davvero, attraversando la Praga inquieta dell’inizio del Novecento. Eppure, se la letteratura possiede davvero il dono di annullare il tempo, questi due uomini continuano a viaggiare uno accanto all’altro, a parlarsi, a interrogarsi.

A prima vista sembrano appartenere a universi inconciliabili.

Ulisse è il mare aperto. È il vento che gonfia le vele, il rumore delle onde, il coraggio di affrontare mostri, Dèi e tempeste. Kafka è una stanza silenziosa. Chiudete gli occhi e immaginate… Una scrivania illuminata da una lampada fioca, un foglio bianco, il rumore quasi impercettibile di una penna che tenta di dare un nome all’inquietudine.

Uno attraversa il mondo. L’altro attraversa l’anima. Eppure entrambi stanno cercando la stessa cosa. Una casa.

Per Ulisse la casa ha il volto di Itaca. È un luogo fisico, certo, ma è soprattutto il punto in cui il viaggio acquista finalmente un significato. Dopo aver visto città, conosciuto popoli, sfidato il mare e persino gli Dèi, comprende che ogni distanza aveva senso soltanto perché esisteva un ritorno. Tornare a casa significa ritrovare sé stesso.

Kafka compie il movimento opposto.

Anche lui parte, ma il suo viaggio non conduce verso un’isola. Lo porta dentro i corridoi dell’identità, nei labirinti della coscienza, in quelle stanze dove l’uomo incontra le proprie paure e scopre di non possedere le chiavi

per uscirne. Se Ulisse cerca la propria casa nel mondo, Kafka cerca un mondo che possa finalmente sentirsi casa.

Sono due direzioni diverse, ma entrambe raccontano una stessa verità: ogni essere umano trascorre la propria esistenza tentando di appartenere a qualcosa.

Ulisse potrebbe dire a Kafka:

“Esci. Il mare ti insegnerà che il mondo è più grande delle tue paure.”

Kafka probabilmente sorriderebbe appena e risponderebbe:

“Tu hai attraversato gli oceani. Io ho attraversato ciò che gli oceani non possono contenere.”

Nessuno dei due avrebbe torto.

Perché il coraggio non possiede una sola forma.

C’è il coraggio di affrontare il Ciclope, le Sirene, Scilla e Cariddi.

E c’è il coraggio di sedersi davanti a una pagina bianca e raccontare l’indicibile, sapendo che forse nessuno comprenderà davvero ciò che si è scritto.

Ulisse combatte contro nemici visibili.

Kafka contro quelli invisibili.

Noi, oggi, li conosciamo entrambi.

Viviamo in un’epoca che ha ridotto le distanze geografiche e moltiplicato quelle interiori. Abbiamo imparato ad attraversare il pianeta in poche ore, ma impieghiamo una vita intera per raggiungere noi stessi. Siamo costantemente connessi e sempre più incapaci di abitare il silenzio. Sappiamo tutto del mondo e sempre meno della nostra anima.

È forse per questo che Ulisse e Kafka continuano a parlarci.

Mai come oggi abbiamo bisogno del primo, che ci ricorda l’importanza del viaggio, della curiosità, della conoscenza, del desiderio di non smettere mai di esplorare.

Ma abbiamo bisogno anche del secondo, che ci insegna a non avere paura delle nostre fragilità, delle domande senza risposta, delle crepe attraverso cui entra la luce della consapevolezza.

Entrambi avevano un rapporto particolare con il futuro.

Ulisse non immaginava il domani come un luogo da conquistare, ma come un tempo da meritare. Ogni scelta compiuta durante il viaggio costruiva l’uomo che sarebbe tornato a Itaca.

Kafka, invece, guardava al futuro con una lucidità quasi dolorosa. Aveva intuito quanto facilmente l’individuo potesse essere schiacciato da meccanismi impersonali, dalla burocrazia, dal potere, dall’alienazione. Molto di ciò che descrisse continua a parlarci con una sorprendente precisione.

Forse entrambi ci stanno dicendo la stessa cosa.

Che il futuro non è il luogo verso cui stiamo andando.

È la persona che diventeremo durante il cammino.

Ed è qui che il loro insegnamento si fa urgente.

Viviamo un tempo che assomiglia più a una corsa che a un viaggio. Un tempo che consuma le parole, accelera i pensieri e trasforma perfino il futuro in qualcosa da attraversare in fretta. Ma se nulla cambierà, questa accelerazione rischia di non essere progresso. Potrebbe diventare una traiettoria rapida verso una società sempre più incapace di fermarsi, di ascoltare, di ricordare.

Ulisse ci chiederebbe di rallentare per osservare l’orizzonte.

Kafka ci chiederebbe di rallentare per osservare noi stessi.

Forse la salvezza sta proprio nell’ascoltarli entrambi.

Perché il mondo ha ancora bisogno del coraggio di essere Ulisse.

Il coraggio di partire, di sbagliare, di affrontare il mare aperto senza conoscere l’approdo.

Ma ha altrettanto bisogno del coraggio di essere Kafka.

Il coraggio di guardare dentro le proprie paure senza distogliere lo sguardo. Di chiamare le cose con il loro nome. Di non fingere che il dolore non esista.

La letteratura continua a custodire entrambe queste eredità.

Ogni volta che seguiamo Frodo verso Mordor, sentiamo riecheggiare l’ostinazione di Ulisse. Ogni volta che accompagniamo Harry Potter nel suo confronto con il male, ritroviamo la scelta di affrontare ciò che fa paura. Ogni volta che percorriamo la Terra di Mezzo, i deserti di Dune, le pagine di Cormac McCarthy, di José Saramago, di Dino Buzzati o di Wajdi Mouawad, scopriamo che il viaggio esteriore e quello interiore non hanno mai smesso di incontrarsi.

Forse tutti i grandi romanzi continuano a raccontare una sola storia.

Quella di un uomo che parte.

E di un uomo che cerca.

Ulisse ci insegna che possiamo tornare a casa.

Kafka ci ricorda che, prima ancora, dobbiamo imparare a costruirne una dentro di noi.

Ed è forse questo il compito della letteratura.

Essere il mare quando abbiamo paura di partire.

Essere la lampada quando abbiamo paura di guardarci dentro.

Perché finché ci saranno libri capaci di accompagnare il nostro cammino, nessun viaggio sarà davvero solitario. E forse, un giorno, scopriremo che dentro ciascuno di noi convivono entrambi: un Ulisse che continua a inseguire l’orizzonte e un Kafka che, nel silenzio, continua a cercare le parole per dare un senso al viaggio.

Questo testo nasce anche da un incontro. Un incontro tra lettore e autore.

Si desidera ringraziare Alessandro Bruni perché la lettura del suo romanzo Nel segno di Kafka ha acceso nell’autore di questo testo il desiderio di mettere in dialogo due figure solo apparentemente lontane: Ulisse e Franz Kafka. Le sue pagine non mi hanno suggerito una risposta, dice Salvatore Sconzo, ma qualcosa di ancora più prezioso: nuove domande. Da quelle domande è nata questa riflessione, che prova a immaginare cosa potrebbero dirsi il viaggiatore di Omero e lo scrittore di Praga, e soprattutto cosa continuano a dire, insieme, a ciascuno di noi.

Io sono Alessio Maria Maffei e, ancora una volta, sono stato felice di dare voce al Calamaio Elettronico.

Vi ringrazio per avermi accompagnato fin qui e vi auguro di non smettere mai di essere viaggiatori: con il coraggio di Ulisse quando la vita vi chiederà di affrontare il mare aperto e con la profondità di Kafka quando sarà il momento di attraversare i vostri silenzi.

Perché ogni viaggio, prima o poi, ci conduce verso una casa. E ogni casa, se sappiamo ascoltarla, ci insegna qualcosa di noi.

Leggete bene e… buon viaggio.