Memoir e saggi · Letteratura

Céline e il Voyage: un terremoto nella letteratura

Un romanzo-mondo, irriducibile alle etichette, che ha diviso la storia della letteratura in un prima e un dopo.

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È il 15 giugno 1932. Céline ha 38 anni. È nato a Courbevoie, alle porte di Parigi, figlio unico di Fernand Destouches, impiegato di concetto in una compagnia di assicurazioni, e Marguerite Louise-Céline Guillou, bottegaia.

Un mattino l’editore parigino Robert Denoël si ritrova sulla scrivania un dattiloscritto di 800 pagine a spazio due, senza alcuna indicazione dell’autore. Comincerà subito a leggerlo, entusiasta e sbalordito. Non soltanto per la mole dell’opera e la varietà inesauribile dei registri che tocca, ma anche e soprattutto per lo sperimentalismo linguistico che lo connota fin dall’inizio.

L’alto e il basso si alternano in ogni pagina: una prosa, diremmo, proustiana, erudita, ricca di pathos e di accensioni liriche — la ballata dei morti sopra le Galeries Dufayel, il finale sul lungosenna… — cede il passo senza soluzione di continuità, brutalmente, all’argot della mala e delle banlieues parigine, a un linguaggio crudo o sboccato. Il pastiche che ne risulta è spiazzante e rivoluzionario, disorienta il lettore e contemporaneamente lo inchioda alla pagina.

Nessuno scrittore prima di lui aveva mai osato sottoporre la lingua francese a un terremoto così devastante, a una torsione così spudorata, in piena libertà, senza remore, con un unico obiettivo: portare a compimento un progetto narrativo sovversivo. Il romanzo, infarcito di neologismi, è una sfida dichiarata all’accademia, al bello scrivere, alla grammatica, alla sintassi… O lo ami o lo detesti. Devi schierarti. Per forza.

Lo sconcerto e l’ammirazione di Denoël cresceranno a dismisura quando, riuscito faticosamente a rintracciare l’autore dopo mille peripezie, scoprirà che Louis-Ferdinand Destouches — che sceglierà Louis-Ferdinand Céline come nom de plume, dal cognome della nonna materna — è un medico squattrinato che abita dalle parti di Montmartre e lavora in un ambulatorio: un mezzo straccione sbrindellato, con un passato piuttosto anonimo che non faceva assolutamente presagire uno scrittore così smaliziato e acculturato, padrone della lingua in tutte le sue articolazioni. È la sua opera prima.

La casa editrice naviga in cattive acque. Denoël contatterà allora Bernard Steele, il suo socio americano, in cerca di una robusta iniezione di denaro fresco. Steele spilla un po’ di soldi alla madre, e il romanzo andrà finalmente in stampa a fine settembre.

L’editore Gallimard, che ha avuto in prima battuta il romanzo fin da febbraio e che poi si mangerà a lungo le mani, ha nicchiato, chiedendo prima un’improbabile sinossi di un romanzo di 800 pagine e di sfrondarlo — Céline l’aveva già fatto sua sponte, partendo dalle iniziali 1040 — e in ogni caso ha menato il cane per l’aia, palleggiandolo da un lettore all’altro. Céline si è fortemente irritato per l’accoglienza tiepida riservata a quello che considera, a torto o a ragione, un capolavoro; se l’è fatto allora restituire e d’impulso l’ha fatto avere alle Éditions Denoël & Steele, un piccolo editore rampante.

A contratto già firmato con Denoël, i contatti con Gallimard non si interrompono: il vivace scambio di lettere continua, ma ormai il dado è tratto, Céline ha varcato il Rubicone. La tiratura iniziale è di 3000 copie. Il 10% di royalties per le prime 4000, a salire fino al 18% oltre le 50.000.

Il romanzo ha un’accoglienza tiepida, contrastata: c’è chi grida al miracolo e chi lo trova un mattone indigesto. Poi diventa quasi subito un bestseller da 80.000 copie in un anno, il colpo di teatro letterario fra le due guerre e, in seguito, uno dei capisaldi della letteratura mondiale: un capolavoro riconosciuto, inimitabile per il suo funambolismo e la sua improntitudine, tradotto in più di cinquanta lingue. Nessuno scrittore — Rabelais è un discorso a parte — da allora in poi è mai riuscito a mettere così tanta carne al fuoco con disinvoltura, senza perdere la bussola, rivisitando i più diversi generi letterari.

Un romanzo-mondo, impossibile da afferrare

Ma cos’è mai questo Voyage di Louis-Ferdinand Céline? È tanta roba, e tutta di qualità pregiata. Immaginatevi un polpo viscido che vi sfugge di mano, ogniqualvolta provate ad afferrarlo. O un mutante. O una matrioska a incastro.

È un memoir. È un romanzo engagé, a tesi. È un romanzo picaresco. È un romance. È un romanzo saggio. È un noir. È questo ma non solo. È una sfida e un evento epocale. Nel genere romanzo c’è un prima e un dopo il Voyage, che traccia un solco indelebile e fa da spartiacque. Di qua o di là. Il grande romanzo naturalistico ottocentesco balzacchiano-flaubertiano ne esce a pezzi, annientato, disgregato.

Memoir: l’autobiografia deformata

Vediamo punto dopo punto. È anzitutto un memoir, o un’autofiction, diremmo oggi. Ma, attenzione, la vita avventurosa del protagonista e narratore — il nostro Férdinand Bardamu — subisce una deformazione sarcastica e, a tratti, autopunitiva e grottesca, che la distorce come in un quadro di Edward Munch o di George Grosz. La gamma cromatica è acida e accentuata.

Ci sono sì, di volta in volta sulla pagina, in primo piano lo studente di medicina, il soldato, il medico di guardia, il colono in Africa, l’operaio, la comparsa, lo psichiatra, eccetera: le diverse maschere, i travestimenti di Bardamu, l’io narrante… Ma tutti fatti passare attraverso gli specchi deformanti di un lunapark, alla continua ricerca del brutale, dell’orripilante, dell’outré.

Tutto è sempre urlato, sopra le righe, mai sotto. Il fatto più insignificante, manipolato, diventa qualcosa di speciale, unico. Una scarica di fucileria, una battaglia campale. Una traversata in mare, una caccia all’uomo. Un acquazzone tropicale, un uragano. Un gabinetto pubblico, una “caverna fecale”. Una visita a una paziente, una tragicommedia. Una stanza d’albergo, una cella di rigore. Una passeggiata a Longchamp, un incubo.

L’iperbole… Alcuni esempi presi a caso: l’istituto di ricerca Jean Bidauret è un porto di mare e un immondezzaio; la bocca di don Protiste, una cloaca disgustosa; le formiche rosse che si mangiano la capanna di Robinson, un esercito; i passeggeri dell’Amiral Bragueton, una masnada di alcolizzati paranoici… Tutto è chaud à point, surriscaldato, marcio.

Tutti sono surmenés, sovreccitati, gasati, sull’orlo di una crisi di nervi: Princhard, Bestombes, Parapine, nonna Henrouille, Barynton, Robinson… Tutti gesticolano, urlano, si strappano i capelli, gridano vendetta, minacciano sfaceli… È il romanzo dei punti esclamativi, a indicare rabbia, stupore, enfasi, meraviglia, sdegno… Decine, centinaia, una valanga, saranno almeno un migliaio alla fine, ma tutti à propos e pour cause.

Le allocuzioni infatti si trasformano regolarmente in geremiadi, sproloqui, ciance, vaneggiamenti di un ubriaco o di un mattocchio. La prima guerra mondiale ha lasciato un retaggio indelebile di orrori, incubi, ossessioni che pesano sulla psiche. In questa fricassea l’improbabile, il farlocco e il taroccato hanno esattamente la stessa dignità di avvenimenti magari realmente accaduti: sono messi sullo stesso piano, equiparati narrativamente.

Per spiegarmi: Céline/Bardamu sarà stato magari in Africa responsabile pro tempore di un’agenzia commerciale nella foresta del Petit Togo. Già questa sua esperienza non ha niente di piattamente realistico o cronachistico nel raccontarla — come invece nel Voyage au Congo di Gide —: è condita di forzature e aneddoti strampalati, campati per aria. Ma il suo trasferimento come forzato ai remi in un galeone dall’Africa agli Stati Uniti è evidentemente puro divertissement, uno sberleffo. Siamo negli anni Trenta del Novecento, l’epoca dei transatlantici! La sequenza temporale è stata sovvertita: da una pagina all’altra siamo riportati indietro di due o tre secoli, al tempo dei romanzi di cappa e spada alla Dumas.

Ciò non toglie che l’approdo a New York, a fine traversata, la visione nella bruma di una città “verticale”, rigida da far paura, pas baisante du tout, abbia quanto di più realistico e anticipatore ci possiamo legittimamente immaginare. Siamo trasportati di colpo in un quadro di Hopper, in avanti di una generazione e non indietro di secoli.

Realismo/naturalismo contro astrazione/espressionismo. Giorno/luce contro notte/buio. Vita contro Morte. È il romanzo delle dicotomie. Natura non facit saltus. Il Voyage sì, eccome. Siamo in un circo e assistiamo a bocca aperta alle evoluzioni al trapezio del saltimbanco Bardamu contatore di pulci, la sua prima professione newyorchese dopo lo sbarco!

Romanzo engagé: guerra, fabbrica e macchina

È un romanzo engagé, a tesi. Antimilitarista e antibellicista, innanzitutto. Le pagine ambientate durante la prima guerra mondiale, con il soldato Bardamu al fronte, sono una delle accuse più vibranti e squillanti dell’assurdità e dell’orrore della guerra in generale e, in particolare, del massacro in corso nelle trincee che lo vede coinvolto in prima persona.

Sono degne di figurare accanto a un’opera quasi coeva come All’ovest niente di nuovo di Remarque, che probabilmente Céline aveva letto — è di due anni prima. Férdinand Bardamu uguale Paul Bäumer. I due lati della barricata. O accanto, meglio ancora per il taglio decisamente tragicomico, a Il buon soldato Sc’vèik di Hašek del 1921. Disillusione e perdita dell’innocenza.

Non solo. Anticapitalista o, meglio, ferocemente antimacchinista. Il capitolo che si apre con Bardamu davanti alla Ford a Detroit e racconta il suo traumatico corpo a corpo con la fabbrica e la catena di montaggio, emblematica del taylorismo e del capitalismo rampante, ha la lucidità, l’incisività e la pregnanza di alcune pagine del Capitale e dei Grundrisse di Marx, la sua opera più avveniristica, più attuale.

L’uomo asservito alla macchina, suo prolungamento. Il cottimo detta i tempi, l’operaio deve rispettarli. L’operaio è carne da macello. Una fabbrica alienante, distruttiva, rapace, possessiva. Tutto questo dal punto di vista di un Céline semmai anarchico bakuniano, non di un marxista, sia chiaro.

In questo riannodando un filo invisibile che riunisce autori dichiaratamente di destra come Ruskin, Lawrence, Eliot, Valéry, Pound, Huxley, Spengler, tutti arroccati in difesa dell’organico — il naturale — contrapposto al meccanico — l’artificiale. È un antindustrialismo “di destra” a cavallo fra Ottocento e Novecento cui s’iscrive a pieno titolo Céline con queste pagine illuminanti, che culminano con un’affermazione scioccante che ti fa riflettere: “Devi abolire la vita fuori [dalla fabbrica], trasformare anche lei in acciaio, in qualcosa di utile… dunque devi farne un oggetto solido, è la Regola…” Chapeau!

Quasi tutti, credo, abbiamo visto Tempi Moderni, il capolavoro di Charlie Chaplin, e abbiamo riso di quella sequenza indimenticabile in cui Charlot tenta freneticamente e disperatamente di imbullonare l’ingranaggio rotante che gli sfugge di mano. Beh, data la tempistica — il film è del 1936 e il Voyage del 1932 — viene più di un sospetto di un “plagio” volontario o involontario. Prendiamola come l’illustrazione filmica delle pagine icastiche sulla Ford che campeggiano nel Voyage céliniano.

Romanzo picaresco: Bardamu, antieroe moderno

È un romanzo picaresco. Bardamu è la versione moderna di Lazarillo de Tormes — romanzo anonimo, circa 1550 — che inaugura la serie e lancia il personaggio. Il picaro vive di espedienti e furbizie per tirare a campare. Il picaro è un antieroe, un furfante e un briccone. È maledettamente povero, l’antitesi del cavaliere senza macchia.

Il picaro affronta avventure e peripezie senza fine attraversando un mondo ostile, che racconta con un tono amaro, ma anche e soprattutto tragicomico. Ricorderete il Tom Jones di Fielding o la Moll Flanders di Defoe, il Gil Blas di Lesage o, ancora, I viaggi di Gulliver di Swift fra nani, giganti, scienziati e cavalli intelligenti e, per finire, Don Chisciotte della Mancia.

La lente è deformante. L’autobiografia fittizia è costellata di episodi improbabili, ai limiti dell’assurdo. Férdinand Bardamu non è forse il ritratto in chiaroscuro di un picaro moderno? La rivisitazione céliniana del genere aggiunge però un tocco di verità, calando il personaggio prima nella guerra di trincea, poi nell’Africa coloniale e infine nella banlieue parigina.

Romance: le storie d’amore di Bardamu

È un romance. Il Voyage è attraversato in lungo e in largo da storie d’amore, grandi e piccole. Bardamu e le sue donne: Lola, Musyne, Molly, Tania, Madelon, Sophie…

Lola, la crocerossina americana guerrafondaia, l’assaggiatrice di frittelle: l’incontro fatale è a Parigi con un Bardamu reduce dal fronte, convalescente. La ritroverà a New York sotto altri panni, ricca borghese fredda, scorbutica, acida, una banderuola… Musyne, la violinista infedele, arrampicatrice sociale, arruffona, cinica… Molly, la prostituta americana colta, gentile, sensibile… Tania, la ballerina di fila polacca dalle scuffie facili… Madelon, la fidanzata del suo amico Léon Robinson — su di lui ci torneremo… — Sophie, la massaggiatrice slovacca, tutta muscoli, salute e concretezza…

Tutti amori frettolosi, molto carnali e poco di testa, di rapina, sveltine diremmo in estrema sintesi, salvo uno: il grande amore folle per Molly, la Prostituta.

Una storia che, però, non ha niente di sdolcinato o caramelloso da feuilleton ottocentesco costellato di luoghi comuni strappalacrime, molto lontana anche dalla Nanà di Zola, perché Céline in poche pagine esplora tutte le ambiguità del rapporto ovviamente sbilanciato che si instaura fuori dalle mura di un postribolo fra il giovane Bardamu e Molly, appunto, fino al sofferto, straziante distacco fra i due.

Ma, tornato a Parigi, il fantasma di Molly continuerà a tormentarlo e tornerà ad apparirgli, corredato da un forte senso di colpa e dal rimpianto di un’occasione sprecata che si è fatto sfuggire distrattamente di mano, inseguendo una chimera, in fuga da sé stesso… Molly era la Donna della sua vita…

Romanzo saggio: la finzione come strumento di conoscenza

È un romanzo saggio. Un ibrido. Il plot inframmezzato dalle riflessioni e dalle analisi tipiche di un saggio. Due generi letterari mischiati a bella posta, fatti coesistere con le buone o le cattive.

L’archetipo? I saggi di Montaigne. Il prototipo e l’epitome? L’uomo senza qualità di Musil (1930-1933), il capolavoro incompiuto. Un altro classico successivo: La nausea (1938) di Sartre. Il romanziere non vuole soltanto intrattenere il lettore, accompagnarlo per mano nei meandri di una trama fino allo scioglimento finale, ma anche stimolarne l’introspezione e la conoscenza, utilizzando la finzione per sviscerare la realtà in tutte le sue pieghe e sfumature più recondite.

Céline nel Voyage discetta di Vita e di Morte, di Povertà e Opulenza, di Bellezza e Brutture, di Guerra e Pace, di Gioventù e Vecchiaia, di Follia e Saggezza, di tematiche universali e filosofiche. Si trasforma qua e là in un aforista alla La Rochefoucauld o La Bruyère, nel Karl Kraus degli Ultimi giorni dell’umanità o di Detti e contraddetti; gareggia con loro, intercalando l’intreccio con apoftegmi, massime, sentenze, a volte fulminee, a volte dispiegate, arzigogolate.

Si compiace di salire in cattedra e offrire in pasto al lettore la sua Weltanschauung, intrisa di pessimismo, amarezza, indignazione, risentimento, sempre cupa, ripiegata su sé stessa, spesso autopunitiva, mai assolutoria… Con una certa prosopopea sembra volere arrogarsi anche il ruolo di maître à penser, di moralizzatore e giustiziere, oltre a quello di narratore tout court… È un’altra prova indiretta dell’ambizione sfrenata che muove il Voyage, un romanzo sì, ma anche una dissertazione sui destini e sul futuro dell’Umanità…

Il Voyage è anche una distopia. Sulla tavolozza il colore dominante è il nero. La notte… Sul paesaggio umano e fisico aleggia un odore fastidioso di pourriture, di marciume e putrefazione, una delle parole chiave che percorre tutto il romanzo e attraversa tutti i suoi snodi, ossessiva, reiterata…

Noir, parodia e delitto

È un noir. Céline aveva scritto, fra l’altro, a Gallimard: “Du crime, du délire, du dostoïevskysme, il y a de tout dans mon machin, pour s’instruire et pour s’amuser…” Ma, attenzione: un noir alla Simenon — che esordisce un anno prima con Il cane giallo… l’avrà letto Céline? — riscritto e sceneggiato dai fratelli Coen… ricordate Il grande Lebowski o Ladykillers? Un noir alla Simenon snaturato, irriso, turlupinato.

C’è sì un tentato omicidio, un attentato per la precisione: la Henrouille tenta di sbarazzarsi della suocera impicciona che grava sul bilancio familiare, affidandosi a Léon Robinson, il sicario. Lui improvvisa una trappola con un petardo che deve esplodere in una gabbia per conigli e invece gli scoppia in faccia, accecandolo…

C’è sì un omicidio in piena regola: Madelon, la fidanzata di Robinson, al culmine di una lite furibonda, esasperata, tirata per i capelli, di ritorno in taxi da un lunapark, gli svuota il caricatore di un revolver nel ventre e lo fa secco, sotto gli occhi stralunati di Bardamu… Il romanzo è ormai alle battute finali…

Ma l’attentato e l’omicidio sono raccontati e descritti come in un varietà con risvolti comici, farseschi e con un abbondante tasso di improbabilità nella preparazione e nell’esecuzione, trasformandoli in una parodia e strappandoci una bella risata per la goffaggine e l’inettitudine dei killer improvvisati e pasticcioni…

Robinson, il doppio oscuro di Bardamu

Ma chi è Léon Robinson, già che ci siamo? Qui un romanzo a più strati come il Voyage si carica di un altro overtone: entra platealmente in gioco la psicanalisi, l’analisi del profondo. Céline si accomoda sul lettino. Robinson è il Doppelgänger, il doppio, l’alter ego di Bardamu.

Del 1914 è il saggio omonimo di Otto Rank, che sistematizza dal punto di vista psicanalitico il tema del Doppio, presente in tutta la cultura e letteratura occidentale fin dagli albori: Narciso, l’Elena di Euripide… Céline qui si misura con giganti della letteratura come Chamisso (Storia straordinaria di Peter Schlemihl), Hoffmann (Gli elisir del diavolo), Stevenson (Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde), Poe (William Wilson), Dostoevskij (Il sosia), scende sul loro stesso terreno.

Il tema è inquietante, suggestivo, si presta a una rilettura e riscrittura. Robinson, insomma, è un’ossessione, è il gemello malefico di Bardamu, la sua nemesi. Ora, se il loro primo incontro nelle Fiandre ha un qualche supporto fattuale — sono due soldati in fuga dagli orrori della guerra —, tutte le altre inopinate riapparizioni di Robinson (a Bikimimbo in Africa, a Detroit, a Parigi nel dopoguerra, a casa degli Henrouille, eccetera) sono sprovviste di ogni giustificazione casuale obiettiva, ai limiti dell’illogico e del paradossale.

Nell’episodio africano Bardamu non lo riconosce all’inizio, nonostante Robinson gli offra tutte le coordinate per poterlo fare! È un’ombra che riappare regolarmente accanto a Bardamu, una proiezione del suo Io più recondito, oscuro. Bardamu è l’Io, Robinson l’Es.

Robinson, che finirà malamente assassinato da una fidanzata isterica e possessiva, è in definitiva quello dei due che osa viaggiare fino au bout de la nuit, giocare tutte le sue carte costi quel che costi, cosa che Bardamu non è mai riuscito a fare: sempre pencolante fra rabbia e rimpianti, esitante di fronte all’ultimo passo, brontolone e insoddisfatto, mai risoluto a tagliare definitivamente tutti i ponti alle spalle, un piccolo borghese, in buona sostanza. Osservatore sì, spietato, lucido, ironico, della realtà che lo circonda, ma in fondo rassegnato a subirla, a farsi schiacciare da un macigno. Robinson è, d’altro canto, il voyou, il fuorilegge, il reietto, il suo dark side…