I grandi classici · Letteratura
Delitto e castigo
Il capolavoro di Fëdor Dostoevskij letto da Lucio Trevisan.
(Avvertenza: La prima traduzione (anonima) è del 1889. Da allora sono spuntate come funghi dopo un acquazzone estivo. Io vi consiglio vivamente la traduzione mondadoriana di Serena Prina. Poi fate voi.)
L’opera omnia di Dostoevskij è fatta di trenta volumi per un totale di circa venticinquemila pagine, un monumento ingombrante e imbarazzante, che incute rispetto e venerazione a chiunque timidamente si accosti. Scegliere un romanzo piuttosto che un altro al suo interno da chiosare è un’impresa da far tremare le vene dei polsi e che si presta a essere messa in discussione da più punti di vista. Ci sarà sempre chi obietterà che il romanzo opzionato non è il top della produzione sterminata dell’autore in questione, che c’era qualcosa di meglio dove andare a pescare, che si è preso un abbaglio, che… De gustibus.
Ma una scelta alla fine occorre fare in una dimensione giornalistica che non sia quella di un saggio omnicomprensivo e per quel che mi riguarda è caduta su Delitto e castigo per una ragione ben precisa: dei numerosi romanzi di Dostoevskij che ho letto e riletto nel corso degli anni è quello che mi è sempre sembrato il più compatto, concluso, senza slabbrature, lungaggini e ridondanze, dannatamente consequenziale come cercherò di articolare e dimostrare ai diretti interessati. Tutto si tiene, e confluisce a pieno titolo nello schema narrativo ideato a tavolino.
Aggiungerò che è un noir, anzi direi il capostipite e l’emblema di un genere con cui ho empatia e dimestichezza anche come autore, un genere che conoscerà da allora in poi infinite imitazioni e rivisitazioni, fino a culminare nell’hard boiled chandleriano e hammettiano degli anni 30-50, e via di seguito. Un noir per eccellenza, oserei dire, perché al delitto e all’investigazione con scioglimento finale che sono tipici del giallo classico e che qui hanno del resto ampio spazio a partire dal titolo assolutamente inequivocabile si sovrappongono e intersecano l’introspezione psicologica del killer, qui un emarginato con tratti autodistruttivi e autopunitivi, direbbe uno strizzacervelli, e l’ambiente socio-economico in cui il crimine può allignare e maturare. Crimine e criminale sono due facce della stessa medaglia.
Delitto e castigo è un noir con tutti i crismi e a pieno titolo, sfido chiunque ad affermare il contrario e a smentirmi. Un duplice omicidio e un tentato omicidio non bastano a incasellarlo nel genere? Direi abbondantemente di sì. E allora può mancare fra i tanti piatti apparecchiati il villain, il cattivone, il Moriarty sherlockiano o lo Iago scespiriano? No, che non può mancare. Ed eccolo servito su un piatto d’argento: Arkadij Ivànovič Svidrigajlov. Siamo a pg. 344 della mia edizione di riferimento. “Permettete che mi presenti…” così si offre untuosamente a un appisolato Raskòl’nilov dopo averlo osservato a lungo di nascosto nel suo abbaino. Svidrigajlov, il latifondista incarcerato per debiti e riscattato, cioè comprato, dalla promessa sposa, il ricattatore dal volto imperscrutabile, il viscido, mellifluo voyeur e origliatore, il vizioso, il depravato, il cinico, il donnaiolo molestatore, lo stupratore, eppure anche e soprattutto il redentore, il benefattore, il suicida pentito dei suoi misfatti in una delle scene più agghiaccianti e meglio risolte del romanzo, da manuale per scansione e timing… Dostoevskij, insomma, non si distrae mai dal suo progetto narrativo che persegue con pervicacia, “l’uomo nell’uomo” è sempre al centro della sua osservazione. a può diventare b, e viceversa, dipende dall’ambiente e dalle circostanze date. Nessuna etichetta è valida sempre e comunque. “Sono un bruto o sono io stesso una vittima?” si chiederà Svidrigajlov, conversando amabilmente con Raskòl’nikov davanti a una tazza di tè.
Ma andiamo con ordine. Ho messo il carro avanti ai buoi. L’incipit innanzitutto: “All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K. Sulle scale riuscì a evitare l’incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto… Doveva dei soldi alla padrona, e temeva d’incontrarla…” Qui Dostoevskij rivela già una sua straordinaria abilità che è di pochissimi altri scrittori: quella di accumulare in pochissimo spazio una ricchezza di informazioni, quasi un overload, tutte funzionali però allo sviluppo del plot, nessuna esorbitante o pleonastica. Veniamo così a sapere che è la sera di un afoso, canicolare luglio pietroburghese che toglie il respiro e annebbia le idee (per contrasto un nubifragio inaugurerà le pagine finali, spazzando via tutto il tanfo fisico e mentale, arieggiando, per così dire, i locali ammorbati), e attenzione a quell’avverbio civetta straordinariamente messo lì non a caso come un totem: Dostoevskij ci proietta fin da subito in una dimensione che è quella dell’eccezionalità, dell’atipico e anomalo, tutto l’intreccio che segue andrà letto sotto questa lente d’ingrandimento deformante, non è una storia che può capitare tutti i giorni, ci avverte Dostoevskij; e poi siamo informati che il protagonista della storia sarà un giovanotto (quasi subito scopriremo un ventitreenne studente universitario di giurisprudenza fuori corso che saltuariamente sopravvive di lezioni private), un giovanotto in bolletta, moroso, misantropo, che vive in un abbaino scalcinato, assediato dai debiti e roso dai sensi di colpa.
È come se l’autore nel presentarcelo ci annunciasse le dinamiche che presiedono al suo comportamento successivo e che in qualche modo lo muovono irresistibilmente all’azione, all’impresa, come dirà lo stesso Raskòl’nikov quasi subito nel primo dei suoi infiniti soliloqui. Perché il romanzo fin dalle battute iniziali è costruito su due piani che si sovrappongono, combinano e a volte contraddicono: da un lato, il fatto nudo e crudo da canonico romanzo naturalistico ottocentesco alla Balzac o alla Zola: un giovane studente senza arte né parte esce di casa e si avvia lemme lemme verso una destinazione prescelta, quasi ineluttabile, come risucchiato contro la sua volontà da Alëna Ivànovna, una vecchia usuraia minuta e rinsecchita che lo aspetta al varco in una specie di resa dei conti; e dall’altro il foro interiore dove il fatto (un sopralluogo in realtà in vista di un furto che assomiglia molto a un esproprio) viene vivisezionato, rimuginato, analizzato, in un flusso di coscienza molto joyciano, molto anticipatore. Raskòl’nikov si studia, si giudica, si contraddice anche, è come il doppio di sé stesso. Io e Super-io… Il suo cervello insomma lavora in una direzione che non sempre coincide con il suo agire, a volte perfino lo sconfessa e ne prende le distanze.
Ragiona infatti: “È mai possibile che mi sia potuto venire in mente un simile orrore? Di che sudiciume è tuttavia capace il mio cuore! È così sudicio, abominevole, abietto, abietto!…” Qui vediamo baluginare in lontananza Freud e la sua analisi del profondo. Su questo versante insisterà Pier Paolo Pasolini nella lettura tutta “psicanalitica” che fa di Delitto e castigo nel suo saggio in Descrizioni di descrizioni. Scrive: “Dostoevskij… ha prefigurato, precorso, preteso Freud.” Raskòl’nikov, in estrema sintesi, uccidendo la vecchia usuraia, uccide la madre. Raskòl’nikov è anche follemente innamorato della sorella…
Joyce e Freud: Dostoevskij è un precorritore, l’antesignano di questi due giganti. Ma non solo. C’è un terzo colosso che sgomita per farsi largo nell’ombra, e che farà capolino più avanti. Abbiate pazienza.
Anzi, a rigore, mi correggo, il romanzo è costruito su quattro piani: al plot e al monologo interiore si alterna il punto di vista dell’autore che commenta dall’esterno il plot con un approccio direi saggistico, quasi aforistico, alla Montaigne o alla Rochefoucauld. Ed è il terzo piano del palazzo. Leggiamo, ad esempio: “Capitano a volte incontri con persone assolutamente estranee, per le quali proviamo interesse fin dal primo sguardo, in maniera inaspettata…” (Oppure molto più avanti: “Gli inquilini tornarono ad affollarsi… portandosi dietro quella strana sensazione interiore di soddisfazione che sempre si nota… davanti a una disgrazia improvvisa avvenuta a una persona cara, e dalla quale non è immune nessuna persona… a dispetto persino del più sincero sentimento di pietà e partecipazione.” O ancora: “Tali parossismi d’orgoglio e di vanità affliggono alle volte le persone più povere e abbrutite …”) Tecnicamente è una digressione, un allontanamento provvisorio dal tema principale, inserendo un approfondimento o una divagazione prima di riprendere il toro per le corna. Ma, badate bene, una digressione pour cause, non utile soltanto ad allungare il brodo, perché funzionale a introdurre l’incontro con Marmeladov, il funzionario a riposo ubriacone, masochista, tiranneggiato dalla moglie, logorroico che ritroveremo più avanti in un intermezzo doloroso e tragico (Dostoevskij non abbandona mai per strada i propri personaggi) e che subito si lancia in un lunghissimo sproloquio, il vaneggiamento di una mente ottenebrata dall’alcool e dalla miseria. Qui Dostoevskij dà già il meglio di sé, da vero equilibrista, in bilico fra il farneticare sconclusionato di Marmeledov e il ritratto a tutto tondo di un personaggio che ritornerà a visitarci e inquietarci con le sue fisime e debolezze. Allo stesso modo potrebbe apparire a prima vista una digressione la chilometrica (quasi 27.000 caratteri!) lettera che Raskòl’nikov riceve dalla madre nel cap. 3. Ma no!
Questa lettera, sottotraccia c’è il romance di un corteggiamento ossessivo e indebito nei confronti della sorella Dunja da parte di Svidrigajlov, il suo datore di lavoro, e di una successiva proposta di nozze da parte di un ricco avvocato e consigliere di corte rivolto alla stessa per strapparla alla povertà, introduce a pieno titolo uno dei temi centrali del romanzo, forse anzi quello decisivo, il tema del denaro intorno a cui ruota tutta la missiva. Di una sua ossessione, il denaro, Dostoevskij riesce a fare, sublimandola, il nocciolo di Delitto e castigo , incardinandola nel plot e nei suoi personaggi. Prestiti, pegni, eredità, beneficenza, regalie, arricchimenti, depauperamenti, rubli che vanno e vengono come attirati da una calamita di qua e di là, passando di mano in mano, a decine di migliaia o a decine che si possono contare sulle dita di una mano… Il denaro è la fissazione costante che circola a tutti i livelli… Povertà e ricchezza si confrontano e scontrano in continuazione in una società fortemente classista e stratificata. Non c’è mobilità sociale, e la piccola borghesia russa è a perenne rischio di proletarizzazione o peggio di emarginazione sociale. Il piccolo borghese Raskòl’nikov è precipitato a capofitto nella scala sociale: è un dropout… un reietto, che annaspa, galleggia, si arrabatta…
Il denaro e la fame… Raskòl’nikov, l’anoressico… Nell’arco del romanzo inghiottirà svogliatamente, con la puzza sotto il naso, qualche cucchiaiata di minestra, qualche sorso di tè e di birra, un piròg salato, un tozzo di pane, un bollito di carne e poco altro quando non digiunerà del tutto. La sottoalimentazione, si sa, facilita gli stati alterati della coscienza, l’insorgenza del delirio e delle allucinazioni. La fame è una delle tante sonde che Dostoevskij utilizza per scandagliare la realtà.
Delitto e castigo è anche una finestra spalancata sulla società russa, e in particolare pietroburghese, con tutte le sue contraddizioni e aporie, dopo l’abolizione della servitù della gleba voluta dallo zar riformista Alessandro II, l’apertura selvaggia dell’istruzione universitaria a studenti indigenti come Raskòl’nikov, e il successivo rimescolamento che si produce nella struttura sociale. Non a caso Lukàcs, il filosofo marxista e teorico della letteratura, accenderà i riflettori su Dostoevskij in un suo saggio abbozzato, concludendo che “non ha scritto romanzi, ma dato vita a una forma nuova, rompendo con le astrazioni, i sogni e le frustrazioni del soggetto romantico.” Un paradosso, certo, ma illuminante. È il Dostoevskij innovatore della forma romanzo che nelle sue mani subisce una rivisitazione integrale.
E il quarto piano a incastro su cui è costruito questo romanzo polifonico, a più voci, dove le coscienze indipendenti dei singoli personaggi interagiscono dando luogo a scontri, mescolanze, a un continuo divenire che non si irrigidisce mai in una verità assoluta? Non ce lo siamo dimenticato.
Dostoevskij si cala nei labirinti della mente di Raskòl’nikov e ne descrive i percorsi tortuosi e morbosi, lo fa accomodare sul lettino, lo psicanalizza. Leggiamo ad esempio: “… Non che capisse, ma avvertiva chiaramente, con tutta la forza della percezione, che adesso non gli sarebbe stato possibile rivolgersi alle persone riunite… non solo con delle espansività sentimentali… ma persino in qualsiasi altro modo… E la cosa più tormentosa era che si trattava più di una sensazione che di una consapevolezza, di un concetto; una sensazione immediata, la più tormentosa tra quelle conosciute nel corso della sua esistenza.” È il Dostoevskij in versione strizzacervelli. Il Dostoevskij omnisciente che sa tutto di tutti i suoi personaggi, dalle loro più recondite motivazioni alle passioni più sfrenate, per lui non hanno davvero segreti, sono un libro aperto, leggibilissimo.
La lettera della madre, fra l’altro, e il soliloquio che segue durante una passeggiata apparentemente senza meta lungo la Sennaja sono il trampolino di lancio dell’impresa, l’omicidio, che Raskòl’nikov si appresta a compiere. Leggiamo infatti: “… l’angoscia… s’era accumulata, e in quell’ultimo periodo era giunta a maturazione e s’era concentrata, assumendo la forma di una questione terribile, folle e fantastica… che pretendeva ineluttabile una soluzione.”
Raskòl’nikov è come trascinato da una valanga inarrestabile, ormai non è più padrone di sé stesso, vegeta in uno stato febbrile, morboso. Si sta caricando a molla. Una volta scattata, sarà travolto dagli avvenimenti praticamente in automatico. Saranno le gambe a guidarlo, più che la testa. È quasi un condannato a morte: non pensa a nulla, e non è assolutamente in grado di farlo, ma sente di non avere più né libertà di giudizio, né volontà, e che tutto è già stato deciso in modo definitivo al posto suo da qualcun altro che lo tiene in ostaggio. Scrive Dostoevskij: “In testa gli si stava formando una strana idea, come un pulcino in un uovo.” E poco oltre: “… come se un lembo dell’abito fosse rimasto impigliato nella ruota di una macchina e anch’egli avesse cominciato a esservi tirato dentro.” Alla fine di quel tragitto a rotta di collo c’è il baratro, l’autoannientamento.
Ma facciamo un necessario passo a ritroso. Delitto e castigo (uscito a puntate 1866-67) è il suo settimo romanzo in ordine di tempo. Dostoevskij ha quarantacinque anni, è nel pieno della maturità sia umana sia professionale. Secondogenito, è cresciuto nell’ospedale Mariinskaja, l’ospedale dei poveri, dove il padre medico militare presta servizio, e dove lui si è confrontato con l’esclusione sociale. Dopo il successo strepitoso del suo romanzo epistolare di esordio Povera gente (1846) che, venticinquenne, l’ha imposto nel panorama letterario e gli ha fatto guadagnare il plauso della critica militante più occhiuta, la sua carriera, pur continuando a progredire, ha subito un offuscamento e un declino, contrassegnati da opere quali Umiliati e offesi (1861), Memorie di una casa di morti (1861-62), Note invernali su impressioni estive (1863), Memorie dal sottosuolo (1864). Come avrete notato dalle date, Dostoevskij è uno scrittore prolifico, bulimico. Ma c’è un perché.
Dostoevskij, assediato dai debiti lasciatigli in eredità dal fratello Michail a causa del dissesto della sua rivista Epocha, che cerca disperatamente di ripianare, firmando cambiali in serie a strozzini e schivando protesti, e vincolato a contratti capestro con editori spietati e famelici, è alla disperata ricerca di un rilancio che lo riporti sulla cresta dell’onda. Nel frattempo la sua vita già di per sé sregolata è stata terremotata nel 1849 da un’accusa di cospirazione per la frequentazione di un circolo letterario socialisteggiante, dal successivo arresto, dalla detenzione nella fortezza di Pietro e Paolo e da una finta fucilazione commutata all’ultimo istante in quattro anni di lavori forzati che sconterà nel bagno penale di Omsk. La sua salute mentale ne uscirà definitivamente compromessa, alterata.
Si aggiunga che il vizio incoercibile della ludopatia lo costringe a elemosinare in continuazione prestiti a usurai e a dovere rispettare contratti stringenti, per non dire iugulatori come quello stipulato con l’editore Stellovskji che lo impegna a fornire entro il primo novembre 1866 un nuovo romanzo, Delitto e castigo appunto, salvo perdere per nove anni i diritti su tutti i romanzi futuri. Nientemeno.
Con un tour de force inimmaginabile Dostoevskij porterà a compimento in due mesi un romanzo di seicento pagine in una dacia di Ljublino, alla periferia di Mosca, scrivendo di notte, camminando avanti e indietro come un invasato, agitando le braccia, saltando i pasti, dettando freneticamente ad Anna Grigòr’evna, la stenografa ventenne che sposerà a romanzo ultimato. Non solo: in simultanea riesce a scrivere e licenziare Il giocatore. Due romanzi in due mesi. Un’impresa irripetibile da Guinness dei primati che lo lascerà stremato, svuotato, tanto da costringerlo a prendersi una vacanza in Europa con tappa a Baden-Baden che, però, si rivelerà fatale per le sue tasche sempre semivuote. Alcune disastrose puntate alla roulette ne prosciugano i conti e lo costringono a fare il giro delle sette chiese in cerca di un prestito che lo rimetta in carreggiata, firmando cambiali su cambiali. Il demone del gioco ha colpito di nuovo, affondandolo.
Delitto e castigo è lo sviluppo e la rivisitazione di un precedente romanzo Gli ubriachi abortito sul nascere per il fallimento del suo editore di allora. Descrivendo il progetto, Dostoevskij, che intanto ha seguito da giornalista alcuni grandi processi coevi, come per documentarsi sulla materia, parlava di “un resoconto psicologico di un delitto” che in estrema sintesi è una definizione calzante, del tutto appropriata, del romanzo che ci consegna. C’è un delitto e vedremo di che tipo, ma soprattutto c’è il lavorio psicologico, i soliloqui di Raskòl’nikov, che gli fanno da cornice, ne sono il retroterra e l’incubazione.
Leggiamo: “Egli non resse, protese lentamente la mano verso il campanello e suonò. Mezzo minuto dopo suonò ancora più forte… Un istante più tardi sentì che stavano togliendo il catenaccio.” Siamo a pg. 95, circa a un sesto dell’edizione mondadoriana negli Oscar classici, e Raskòl’nikov sta per varcare la soglia dell’appartamento di una vecchia usuraia, armato di una scure. La sequenza, una soggettiva, è molto cinematografica. Il delitto ideato e programmato nei minimi dettagli sta per compiersi sotto i nostri occhi e stiamo per assistere a un massacro che è stato, però, prefigurato e annunciato dal sogno profetico del linciaggio di una cavallina accoppata da un colpo finale di scure e dall’incontro in una taverna con uno studente, un alter ego di Raskòl’nikov, e un soldato che discettano accademicamente di Alëna Ivanova, l’usuraia, e della sorella convivente Lizaveta e di un possibile omicidio della coppia da togliere dalla faccia della terra… di ammazzarle e derubarle perché di ostacolo al progresso e a tante buone azioni fattibili con i loro soldi lasciati a marcire in un forziere…
Delitto e castigo è un congegno a orologeria praticamente perfetto con tutte le rotelle al posto giusto, ben oliate. Dostoevskij non mira a sorprendere il lettore con un colpo di scena, non gli interessa farlo, ma a instradarlo e guidarlo per mano esattamente lì dove vuole condurlo. Ogni rotella dell’ingranaggio fa scattare quella successiva. Un sogno e una sciocca chiacchierata da bettola fra due sfaccendati, in teoria un’altra digressione, sono invece i prolegomeni di quello che è uno degli snodi fondamentali del romanzo. Dostoevskij ci ha apparecchiato la tavola in anticipo, con gli antipasti. Adesso dice: servitevi, signori, e la porta si socchiude in un minuscolo spiraglio sugli occhi pungenti e diffidenti di una vecchia usuraia che fissa noi spettatori. Stiamo entrando in casa sua, non invitati, in compagnia di Raskòl’nikov.
Il regista Dostoevskij, battendo le mani, ha dato il ciak, e una specie di cinepresa sta filmando una scena splatter alla Dario Argento o alla George Romero: il massacro dell’usuraia e della malcapitata sorella, con una dovizia di macabri dettagli anatomici e abbondante spargimento di sangue, quasi fosse il referto di un anatomopatologo. Ma succede una cosa strana: sì, la scena veicola, per un verso, l’orrore che può generare nel lettore un omicidio efferato e anche gratuito, ma l’orrore è condito da un tasso così alto di assurdità nell’obiettivo e nella dinamica ingarbugliata dei fatti, ai limiti del ridicolo, che tutta la scena, invece che surriscaldata o disgustosa e repellente, risulta alla fine raggelante. Questo voleva Dostoevskij, facendo convivere nella stessa scena romanzo splatter e teatro dell’assurdo alla Jonesco, con il risultato di raffreddare, sopire. E l’obiettivo prefissato è, direi, mirabilmente raggiunto. Chapeau!
Dostoevskij gioca su registri diversi, rimescola continuamente le carte sotto il tavolo, bara anche. E così, dopo la scena orripilante dell’omicidio di due sorelle che parrebbe indirizzare decisamente il romanzo verso il noir più cupo, ci proietta subito dopo in un universo parallelo, le stanze di un improbabile commissariato di polizia, che assomiglia alla sala d’attesa di un dentista, popolato da personaggi strambi o ridicoli, dove la commedia plautina e scespiriana degli equivoci coabita con le atmosfere surreali del Processo di Kafka che, infatti, non a caso, arriverà a definire Dostoevskij un suo “parente di sangue”, riconoscendone implicitamente il magistero e una fonte inesauribile d’ispirazione. Tutto ruota intorno a una citazione in giudizio per una cambiale che ha mancato di onorare, scambiata da Raskòl’nikov per una formale incriminazione da parte dell’autorità inquirente che lo inchioderebbe alle sue responsabilità di assassino, le spalle al muro. Su questo intermezzo spassoso si regge tutto il primo capitolo della seconda parte di Delitto e castigo. Ma purtroppo Raskòl’nikov, sotto choc, precipita in uno stato febbrile, allucinatorio, con fasi di delirio e semincoscienza. Non dorme quasi mai, vegeta in un perenne dormiveglia, scosso da premonizioni e ricordi. È spossato, confuso, ricorda ma poi non ricorda più nulla. I confini fra realtà e delirio si fanno vieppiù labili, tutto si sta aggrovigliando in un’orribile melassa che lo strozza e dilania. Inclina alla paranoia e alla monomania. È come se Raskòl’nikov fosse entrato in un tunnel senza sbocco. L’azione si trasferisce provvisoriamente nel suo cervello malato, obnubilato. Lì ci trasporta Dostoevskij, nei suoi anfratti più oscuri.
E iniziano la false piste… Nikolàj Mikolka, l’imbianchino mitomane, ad esempio, con Raskòl’nikov, l’assassino, diretto spettatore del suo coinvolgimento, raggelato nella sua impotenza e folle paura… Qui Dostoevskij si diverte a sovvertire ogni regola, a ribaltare il tavolo: invece della ricerca dell’autore di un delitto, un’inchiesta coordinata da un investigatore deus ex machina che tenga sulle spine il lettore fino allo scioglimento finale e alla resa dei conti come in un qualsiasi giallo classico che si rispetti, abbiamo un omicida patentato che assiste, allibito, alla ricostruzione del suo delitto fatta da altri e alla ricerca di un colpevole che lui sa di essere. A Dostoevskij non interessa portarci per mano alla scoperta del colpevole, che è già sulla carta, dichiarato, ma farci entrare nella testa di Raskòl’nikov, mostrarci i contraccolpi e lo sconquasso che il delitto ha causato, destabilizzandolo. È la luce riflessa del delitto a diventare il terreno da investigare e su cui intende muoversi da lì in avanti nei tre quarti del romanzo ancora da scrivere.
E irrompe sulla scena, che si trasformerà più avanti in una scenata, Pëtr Petrovič Lužin, il ricco e attempato promesso sposo della sorella Dunja, vanitoso, narcisista, carrierista, il giovanilista liberomercatista adamsmithsoniano, uno dei personaggi più strutturati e incardinati, in presenza di Razumichin, l’amico compagno di corso di Raskòl’nikov, in pratica un suo doppio meno ombroso e irritabile e più generoso, estroverso, sognatore che arricchisce la carrellata dei personaggi più iconici; in Delitto e castigo , si sarà notato, non esistono personaggi minori, di contorno, sono tutti sullo stesso piano, ognuno ha una sua precisa ragione d’essere, così anche un Lebezjàtnikov, il nichilista fourieriano, il propagandista dell’amore libero e delle comuni, cui Dostoevskij ritaglia un suo spazio insostituibile in una scena madre: lo smascheramento del vigliacco, perfido Lužin, il calunniatore di Sonja, o una Katerina Ivànova, la matrigna di Sonja, l’aristocratica figlia di un colonnello caduta in disgrazia, spiantata, resa folle dalla miseria e da uno sfratto, l’eroina tragica di Delitto e castigo (il subitaneo coup de foudre di Razumichin per Dunja, la bellissima sorella di Raskòl’nikov, con l’assurdo tentativo di sbolognarla, però, a Zòsimov, è una delle pagine magistrali, più divertenti, del romanzo), e tutta la scena in presenza anche di Zòsimov, appunto, il suo giovanissimo medico personale… Dopodiché ecco a seguire l’incontro in una bettola con Zamëtov, il cancelliere, il braccio destro del commissario di polizia che l’ha spaventato e torchiato… Raskòl’nikov si autoaccusa del delitto e ricostruisce nei minimi dettagli l’occultamento della refurtiva di fronte a un Zamëtov basito e incredulo… Il gioco di specchi e il braccio di ferro con il lettore di Dostoevskij continuano e si riorganizzano… è una sfida continua, la sua, alla pazienza e alla perseveranza del lettore (sai già tutto dall’a alla zeta, lo butti o no il mio romanzo?) e alle più elementari regole narratologiche… il romanzo potrebbe infatti concludersi qui… abbiamo il delitto, il colpevole, il movente, la refurtiva, tutto, il finale è stato semplicemente spostato all’inizio… ma no, guai! Il romanzo inizia invece proprio da qui in avanti. Seguitemi, cari lettori, il bello deve ancora venire, ce n’è di carne da mettere ad arrostire sulla brace, sembra dire Dostoevskij ai dubbiosi e ai frettolosi…
I cambi di scena, l’entrata e l’uscita degli attori, l’alzata e la calata del sipario, le luci da teatro accese o soffuse, sono sempre molto teatrali con un timing praticamente perfetto da grande commediografo… entra Katerina Ivanova, esce Soja, entra Svidrigajlov, esce Svidrigajlov, entra Razumichin, esce Razumichin, entra Porfirji Petrovič, esce Porfirji, entra Svidrigajlov… Delitto e castigo è un romanzo a porte girevoli alla Labiche.
E traslochiamo armi e bagagli nella testa di Raskòl’nikov dove convivono e combattono angoscia, indifferenza, energia, apatia, ira, improntitudine, sfinimento, godimento… tutto si aggroviglia in una sorta di gomitolo… la sua testa è un campo di battaglia dove gli eserciti si misurano con risultati alterni, precari, e le offensive più audaci si alternano alle ritirate più disastrose… ogni sua decisione contraddice quella precedente in un orribile guazzabuglio… c’è tutto e il contrario di tutto nel suo cervello bacato… ( la diagnosi di Zòsimov della sua malattia mentale è impietosa e allarmante: “ Si tratta di una sorta di prodotto di molti influssi complessi, morali e materiali insieme, di ansie, apprensioni, preoccupazioni, di alcune idee… e cose del genere.”)… Raskòl’nikov è cupo, tetro, altero, orgoglioso, diffidente, ipocondriaco, freddo, capriccioso, malinconico, taciturno, pazzoide, sadico, persino buono… In lui il dubbio amletico è moneta corrente, sdoganata… Sulle sue “idee” torneremo più avanti.
Siamo ormai quasi a metà di un romanzo fiume di più di 600 pagine e, in rapida successione, salgono finalmente alla ribalta Sonja, la figlia di Marmeladov, la ragazzina che si prostituisce per fame, l’infelice pazza, l’asceta, lei e Raskòl’nikov sono necessari l’uno all’altro, scopriremo, lontanissimi eppure così vicini fino a incrociare i loro destini nel disperato love affair fra i due che suggella il romanzo, un amore il loro, però, asessuato, lei lo seguirà in capo al mondo nel gulag siberiano, là dove l’avrebbe mandato il destino; Sonja e Porfirji Petrovič, il grande inquisitore, il trentacinquenne odioso e odiato (da Raskòl’nikov) giudice istruttore incaricato di istruire l’omicidio di Alëna Ivànova, l’usuraia, un artista nel suo campo, dirà spocchiosamente di sé, un superpoliziotto psicologo, un Maigret ante litteram , che davanti a un Raskòl’nikov allibito squaderna spudoratamente il suo metodo da gatto con il topo: “Io, quel tal signore [l’assassino] lo lascio del tutto da solo, non l’acchiappo né lo disturbo, ma in modo tale che sappia, o perlomeno sospetti, in ogni ora e in ogni momento, che io sappia tutto, che conosca vita, morte e miracoli, e che lo tenga d’occhio giorno e notte, che lo sorvegli indefessamente, e faccio in modo che sia costantemente in preda al sospetto e alla paura, di modo che… perderà la testa… non mi sfuggirà non tanto perché non sa dove fuggire, quanto perché non mi si può sfuggire psicologicamente… che bell’espressioncina!…”; due personaggi, Sonja e Petrovič, lontani l’uno dall’altro come il sole dalla luna, destinati però a occupare due ruoli chiave nel prosieguo del romanzo, fino a diventarne due punti fermi insostituibili nella costruzione e articolazione della trama. Tutto o quasi d’ora in avanti passerà dalle loro parti e, soprattutto, Raskòl’nikov si confronterà con entrambi nel bene e nel male, in un modo o nell’altro, ne sarà come risucchiato e marchiato, in un rapporto dialettico che lo trasformerà e ne farà un altro da sé rispetto a quello che Dostoevskij ci ha fatto fino ad allora conoscere. I faccia a faccia fra Raskòl’nikov e Porfirji Petrovič, l’interminabile braccio di ferro fra loro due, intessuto di sottigliezze psicologiche, odio, rancore, scherno, depistaggi, diventeranno il polo di attrazione della parte finale di Delitto e castigo , lì dove tutto si avvita e si aggroviglia fino allo scioglimento finale che rovescia il tavolo e riscrive tutta la storia sotto un’altra prospettiva. Con un magistrale colpo di teatro Dostoevskij ridisegna i due antagonisti, evitando ogni fissità in un ruolo piuttosto che in un altro. Raskòl’nikov e Porfirji, dal cui attrito erano sprigionate scintille, ne usciranno entrambi irrimediabilmente cambiati, scottati. Raskòl’nikov, folgorato sulla via di Damasco, espierà la sua colpa ai lavori forzati in Siberia, soffrendo, e rinascerà come Lazzaro a una nuova vita, tornando ad amarla, con Sonja accanto, la “cagna fedele”. Una boccata d’aria dopo miasmi soffocanti. Sarà Porfirji, il suo aguzzino, ad allungargli il salvagente per non farlo affogare. Il buono e il cattivo si scambiano allegramente i ruoli in Delitto e castigo.
A partire dall’interminabile discussione e dissertazione accademica sul rapporto fra delitto e ambiente (“tutto dipende dall’ambiente, e l’uomo di per sé non è nulla…) che ingaggiano Porfirji Petrovič, Razumichin e Raskòl’nikov, il romanzo prende una piega inedita e impensabile. L’innesco è un articoletto su una rivista dove Raskòl’nikov divideva a grandi linee l’umanità in due categorie: gli uomini “ordinari” che conservano il mondo e l’accrescono numericamente, e quelli “straordinari” che muovono il mondo e lo conducono verso una meta, conservatori conformisti da un lato e distruttori progressisti dall’altro, per semplificare. Per questi ultimi benefattori dell’umanità, per un Keplero o per un Newton, il delitto può diventare un passaggio obbligato, necessitato dalle circostanze, per dare spazio al nuovo e aria a una stanza. Intorno a un samovar il delitto, da carne viva, diventa un concetto astratto, malleabile, su cui accapigliarsi, da vivisezionare come sul tavolo di un’autopsia. Dialogando con Sonja, Raskòl’nikov darà in escandescenze. “Che fare? Distruggere quello che deve essere distrutto, una volta per tutto, e nient’altro… Cosa? Non capisci? Capirai in seguito… La libertà e il potere, ma soprattutto il potere! Su tutte le creature tremanti e su tutto il formicaio!… Ecco lo scopo…” È il proclama di un superuomo nicciano che andrà ovviamente a scontrarsi con Porfirji Petrovič, con un gelido, irridente leguleio, in un altalenante duello all’arma bianca fatto di attacchi e contrattacchi, parate e affondi, di schermaglie infinite, che si trasformerà presto in una via crucis per Raskòl’nikov. In uno dei passi più controversi e contradditori di Delitto e castigo Raskòl’nikov tirerà così le somme: “… tra tutti i pidocchi avevo scelto il più inutile e, uccidendolo, avevo stabilito di portargli via quel che mi era esattamente necessario per compiere il primo passo… È per questo… che sono irrimediabilmente un pidocchio… perché forse io stesso sono ancora più schifoso e ripugnante del pidocchio che ho ucciso, e lo presentivo fin da prima…” Il superuomo disinfestatore, la ramazza, è un pidocchioso… un vigliacco, ripeterà di sé stesso fino alla noia! È un paradosso, ma anche una profonda verità: tutti i confini sfumano, una nebbia impenetrabile rende tutto indistinto, confuso, magmatico.
La straziante confessione di Raskòl’nikov di fronte a Sonja, la prostituta… Leggiamo: “Volevo diventare un Napoleone… E se solo non avesse avuto altra via d’uscita, allora avrebbe ucciso senza pensarci due volte, senza la minima incertezza. E allora anch’io… mi sono liberato dall’incertezza… e ho ammazzato… seguendo un esempio di tale autorità… che gusto c’è a passare per tutta la vita accanto alle cose, e doversi sempre voltare dall’altra parte?… il potere si da unicamente a colui il quale osa chinarsi a raccoglierlo… io volevo osare , e ho ucciso… ecco, Sonja, il mio movente!… Dovevo sapere… se ero una povera creatura tremante o se avevo il diritto …”
Il diritto di uccidere per le leopardiane “magnifiche sorti e progressive”… per il bene dell’umanità o una causa nobile. A Dunja dirà: “Il delitto? Quale delitto? L’avere ammazzato un pidocchio ripugnante, nocivo, una vecchia usuraia che non serviva a nessuno, che succhiava sangue ai poveri… Questo sarebbe un delitto?…” “Una sola azione cattiva per cento buone!” riassumerà così l’idea Svidrigajlov, dialogando con Dunja, la sorella di Raskòl’nikov. Una mano lava l’altra…
Il pensiero corre inevitabilmente a Nietzsche e al suo Zarathustra, il mistico annunciatore dell’avvento dell’Übermensch. Ma chiariamo subito: Delitto e castigo precede Così parlò Zarathustra di una ventina d’anni. Sono due percorsi paralleli ma con approdi diametralmente opposti: l’ateismo (Nietzsche), il cristianesimo (Dostoevskij). Il Raskòl’nikov nicciano è un’invenzione di Dostoevskij, il frutto di una sua illuminazione zen, non un calco o un tributo.
Joyce, Freud, Nietzsche… ecco il terzo gigante che, acquattato, sgomitava nell’ombra e che esce allo scoperto. Dostoevskij precorre, anticipa, dissoda il terreno, semina… Altri ne raccoglieranno i frutti maturi, basterà allungare la mano.
Il romanzo è in dirittura d’arrivo: il rendez-vous con Sonja, l’espiazione, la via crucis… la deposizione ( “Sono stato io a uccidere la vecchia vedova del funzionario e sua sorella Lizaveta, con una scure, e le ho rapinate.”) nel commissariato… la condanna mite… il gulag siberiano sulla riva dell’Irtýš con Sonja al seguito, l’ex prostituta redenta che d’ora in avanti vivrà solo della vita di Raskòl’nikov prigioniero, e lui della loro… la malattia… il delirio… la resurrezione… il Vangelo, Lazzaro…
“Ma a questo punto ha ormai inizio una nuova storia, la storia del graduale rinnovamento dell’uomo, la storia della sua graduale rigenerazione, del graduale passaggio da un mondo all’altro, dell’incontro con una realtà nuova, fino a quel momento completamente sconosciuta. Questo potrebbe costituire l’argomento di un nuovo racconto, ma intanto il nostro è finito.”
Dostoevskij si congeda così dal suo pubblico e noi dal nostro che ci ha accompagnato in questo lungo viaggio alla scoperta di Delitto e castigo.
