Noir contemporaneo · Recensione
Febbre Alta
Quattro giorni, un’ultima missione e due vite che corrono verso un punto di rottura.
«Maria non c’è, Santino non si è ancora seduto nel bar dove l’ha conosciuta, lei ancora non esiste. Ci sono soltanto lui e i suoi demoni.»
Andrea Cotti ambienta il romanzo a San Giovanni in Persiceto, nella Bassa emiliana, durante una torrida giornata di luglio. Santino Fiore, quasi sessantenne e killer con seri problemi cardiaci, ha quattro giorni per portare a termine la sua ultima missione. La moglie ignora la sua doppia vita.
Vittoria Melis ha trentun anni ed è una poliziotta appena promossa. Anche lei ha la febbre alta, ma si presenta al lavoro: il caso che le viene affidato la porterà a incrociare una vicenda in cui il passato e i demoni personali non restano confinati alle spalle.
La Bassa come paesaggio e destino
Il romanzo ci porta dentro un territorio preciso, caldo e riconoscibile, dove la provincia non è uno sfondo neutro ma una presenza che accompagna i personaggi. Il ritmo della missione di Santino e quello dell’indagine di Vittoria fanno crescere la tensione, mentre le loro fragilità emergono insieme agli eventi.
La mia opinione
Febbre Alta intreccia noir e racconto umano attraverso due protagonisti lontani per età e percorso, ma entrambi alle prese con una resa dei conti. La premessa dell’ultima missione dà alla storia un conto alla rovescia efficace; l’ambientazione emiliana le restituisce concretezza e carattere.
È una lettura tesa, costruita attorno a scelte, segreti e conseguenze. Santino e Vittoria si muovono in direzioni diverse, ma la loro vicenda mostra quanto sia difficile sottrarsi ai propri demoni quando il tempo stringe.
Buona lettura!

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