Recensione · Narrativa italiana

Crescere è una faccenda complicata

Una riflessione sul romanzo di Enrico Galiano e su quel percorso incerto in cui impariamo a guardare noi stessi e gli altri con occhi nuovi.

Copertina di Il cuore non va a dormire di Enrico Galiano
Il cuore non va a dormire · Enrico Galiano

La recensione

Crescere è una faccenda complicata.

Non esiste un manuale capace di spiegare a un adolescente come attraversare quel territorio incerto in cui le certezze iniziano a perdere i contorni conosciuti e le domande diventano improvvisamente più numerose delle risposte. Crescere è un percorso ad ostacoli, fatto di salti che sembrano troppo alti, cadute che lasciano ferite che bruciano più del previsto e traguardi che, una volta raggiunti, spesso si rivelano soltanto l'inizio di un'altra salita.

È dentro questo territorio che Enrico Galiano accompagna il lettore con “Il cuore non va a dormire”, costruendo un romanzo di formazione che guarda all'adolescenza senza addomesticarla, senza trasformarla in una versione semplificata dell'età adulta.

La crescita, qui, non è una linea retta.

È piuttosto una strada sulla quale le convinzioni cambiano forma mentre la si percorre. Quello che a quindici anni sembra assoluto può diventare relativo qualche anno dopo. Quello che appare incomprensibile può trovare improvvisamente una spiegazione. E perfino le certezze più solide possono trasformarsi in qualcosa di completamente diverso da ciò che ci aspettavamo.

Sono proprio queste trasformazioni a rendere la crescita una delle esperienze più sorprendenti dell'esistenza.

Perché diventare grandi significa anche scoprire che le persone non sono sempre quelle che avevamo immaginato, che le situazioni possono avere più di una verità e che dietro ciò che giudicavamo con gli occhi dell'adolescenza possono nascondersi realtà capaci di sorprenderci.

Galiano sa muoversi molto bene in questo spazio fragile.

E lo fa con uno sguardo che conosce profondamente il mondo dei ragazzi, ma che non dimentica mai la complessità degli adulti.

In questo percorso entra anche lo sport, che assume un significato molto più profondo del semplice gesto atletico. La boxe diventa una possibilità di misurarsi con la propria forza, con la paura, con la rabbia e con tutto ciò che dentro può diventare difficile da governare.

Il ring, allora, diventa quasi una metafora.

Un luogo nel quale non basta avere muscoli per resistere e nel quale la vera forza non coincide necessariamente con la capacità di colpire. Bisogna imparare a incassare, a respirare, a rialzarsi, a capire quando avanzare e quando invece proteggersi.

E soprattutto bisogna imparare a combattere contro qualcosa che non sempre ha un volto.

È un filo conduttore che accompagna il percorso della protagonista senza trasformarsi mai in una scorciatoia narrativa. Lo sport diventa così uno strumento di ricerca interiore, una forma di riscatto e, soprattutto, una possibilità per dare un nome a conflitti che altrimenti rischierebbero di rimanere soltanto rabbia, dolore o confusione.

Poi ci sono i padri e i figli.

E qui Galiano entra in uno dei territori più difficili delle relazioni umane.

Perché tra un genitore e un figlio esiste spesso un meccanismo fatto di parole non dette, aspettative, incomprensioni, silenzi e tentativi maldestri di proteggersi a vicenda. A volte l'amore prende una forma che non viene riconosciuta come amore. A volte la paura si traveste da severità. Altre volte il bisogno di essere compresi si trasforma in distanza.

Eppure, dentro questi rapporti apparentemente inceppati, possono esistere dei piccoli “lubrificanti” capaci di far ripartire un ingranaggio che sembrava bloccato.

Un gesto.

Una parola.

Una presenza.

Un ascolto arrivato magari troppo tardi, ma ancora in tempo.

Sono gli aiuti invisibili che possono cambiare la direzione di un rapporto. E Galiano li osserva con una sensibilità che evita sia il sentimentalismo sia la condanna facile.

Perché nessuno, in questo romanzo, sembra avere il privilegio di possedere tutta la verità.

Nemmeno gli adulti.

Anzi, proprio agli adulti l'autore dedica uno sguardo particolarmente interessante.

Le loro consapevolezze, le loro fragilità e soprattutto il peso che possono avere nella crescita dei più giovani vengono raccontati senza costruire facili contrapposizioni tra chi insegna e chi deve imparare.

Gli adulti possono essere guida, ostacolo, riferimento, errore, possibilità.

Possono lasciare tracce profonde anche senza rendersene conto.

E questo è forse uno degli aspetti più sensibili del romanzo: mostrare quanto l'universo degli adulti possa influenzare quello degli adolescenti e quanto sia importante assumersi la responsabilità di ciò che si trasmette, attraverso le parole ma anche attraverso i comportamenti, le assenze e i silenzi.

Si avverte, in queste pagine, tutto il percorso professionale di Enrico Galiano.

La sua esperienza nel mondo della scuola non rimane sullo sfondo come semplice bagaglio personale: diventa uno strumento narrativo potentissimo. Si percepisce nella capacità di osservare i ragazzi senza guardarli dall'alto, di comprenderne le contraddizioni e di restituire dignità anche alle emozioni apparentemente più scomposte.

È una conoscenza che diventa letteratura.

E proprio per questo alcuni passaggi arrivano con una forza particolare: perché dietro la pagina sembra esserci qualcuno che quei ragazzi li ha ascoltati davvero.

L'altro grande elemento che attraversa il romanzo è l'arte.

È presente, importante, quasi strutturale, ma non diventa mai decorazione. Non invade la storia e non pretende di dimostrare quanto l'autore sappia. Rimane lì, dentro il tessuto narrativo, come una presenza naturale.

L'arte diventa un'altra forma di linguaggio.

Un modo per guardare ciò che non si riesce a dire.

E questa è forse la sua qualità più bella: essere preponderante senza risultare invadente, significativa senza diventare didascalica.

Alla fine, “Il cuore non va a dormire” parla di crescita, ma non soltanto della crescita di una ragazza.

Parla della crescita come trasformazione dello sguardo.

Di quella fase della vita in cui tutto sembra definitivo e poi, improvvisamente, cambia. In cui le persone che credevamo di conoscere ci mostrano un volto diverso. In cui le nostre convinzioni vengono messe alla prova e scopriamo che cambiare idea non significa necessariamente tradire ciò in cui credevamo, ma può significare essere diventati finalmente capaci di guardarlo da un'altra prospettiva.

E forse crescere significa proprio questo.

Non smettere di inciampare.

Imparare, però, a capire perché siamo caduti.

Per questo il romanzo può parlare a lettori giovani e adulti, ma in modi differenti.

Ai ragazzi può restituire la sensazione preziosa di non essere soli dentro quella confusione che accompagna il diventare grandi. Può ricordare loro che la fragilità non è una colpa e che la forza non consiste nel non avere paura, ma nel trovare il modo di attraversarla.

Agli adulti, invece, offre qualcosa di altrettanto importante: la possibilità di tornare a guardare l'adolescenza dall'altra parte del tempo e, forse, di interrogarsi sul proprio modo di stare accanto ai più giovani.

Perché ogni adulto è stato, prima o poi, un ragazzo che cercava risposte.

E ogni ragazzo, un giorno, dovrà fare i conti con le risposte che gli adulti gli hanno lasciato.

“Il cuore non va a dormire” è un romanzo che parla di questo passaggio.

Del combattimento quotidiano che chiamiamo crescita.

Delle cadute.

Delle sorprese.

Delle persone che ci cambiano.

E di quel cuore che, anche quando vorremmo metterlo a tacere, continua ostinatamente a fare il suo mestiere:

sentire.

Buona lettura!

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