Thriller psicologico · Recensione
La felicità in gabbia
Radiomorte di Gianluca Morozzi: una famiglia perfetta, una radio di provincia e un’intervista che si trasforma in un incubo.
La recensione
“Guarda cosa fanno quattro topi intelligenti in gabbia.”
Radiomorte di Gianluca Morozzi è un thriller psicologico con sfumature noir, pubblicato nel 2014 da Guanda Editore. Il romanzo, pur essendo breve, conta infatti soltanto 170 pagine, riesce a tenere il lettore incollato alla storia grazie a un ritmo serrato e a una serie di colpi di scena che si susseguono nel corso della narrazione.
Protagonista della storia è la famiglia Colla, rappresentazione concreta del successo e della serenità familiare. Fabio, il padre, è un autore affermato di un bestseller il cui tema principale è la felicità, mentre la moglie e i due figli dispensano consigli su come vivere in armonia. Un giorno vengono invitati a partecipare a un’intervista presso una piccola emittente radiofonica. Si tratta di un appuntamento di routine per i Colla, abituati a essere al centro dell’attenzione mediatica. Tutto sembra procedere secondo un copione già vissuto centinaia di volte, finché, una volta varcata la soglia dello studio, i cellulari vengono sequestrati e ciò che sembrava essere iniziato per gioco si trasforma in uno scenario d’orrore, di cui nessuno vorrebbe essere protagonista.
Mi fermo qui, nella speranza di avervi incuriosito, perché recensire libri thriller è come camminare su un pavimento di ghiaccio troppo sottile: anche solo un passo nella direzione sbagliata e lo spoiler è in agguato.
Stile e ritmo
Le atmosfere del romanzo, claustrofobiche e taglienti, prendono il lettore alla gola. Questo è un libro che si divora in poche ore, anche grazie a uno stile diretto ed essenziale, che non lascia troppo spazio alle digressioni e mantiene l’attenzione concentrata su ciò che sta accadendo. Morozzi sembra sapere esattamente quando rallentare e quando, invece, imprimere un’accelerata alla narrazione.
All’inizio il ritmo è più tranquillo e ci permette di entrare nella quotidianità della famiglia Colla, in un’apparente perfezione e nella loro idea di felicità. È proprio questa normalità a rendere ancora più forte ciò che accade dopo. Quando i Colla entrano nello studio radiofonico, infatti, qualcosa cambia: il ritmo diventa sempre più serrato, gli avvenimenti si susseguono rapidamente e la sensazione di essere intrappolati cresce pagina dopo pagina.
I colpi di scena arrivano a interrompere continuamente quello che il lettore pensa di aver capito e, proprio quando apparentemente arriva una risposta, si apre subito un’altra domanda. È una sensazione che ho trovato particolarmente coinvolgente, perché mi ha dato l’impressione di non poter mai abbassare completamente la guardia.
Anche la brevità del romanzo contribuisce a questo effetto. Le 211 pagine rendono la storia concentrata, senza momenti che sembrino davvero superflui, e permettono alla tensione di crescere senza disperdersi. Si ha quasi la sensazione che il tempo scorra insieme ai protagonisti e che, una volta entrati nello studio radiofonico, non ci sia più modo di fermarlo.
Lo stile di Morozzi è semplice e diretto, ma riesce comunque a costruire un’atmosfera sempre più cupa e inquietante. Non servono descrizioni eccessivamente lunghe per trasmettere l’angoscia: è soprattutto il susseguirsi degli eventi, insieme alle reazioni dei personaggi, a far percepire al lettore che qualcosa sta andando terribilmente storto.
Ho trovato particolarmente efficace il contrasto tra la famiglia Colla, simbolo di una felicità quasi perfetta, e la situazione in cui viene improvvisamente catapultata. È come se tutto ciò che Fabio e la sua famiglia hanno sempre raccontato sulla felicità venisse messo alla prova nel momento peggiore possibile. La tranquillità iniziale lascia lentamente spazio alla paura, fino a creare un senso di claustrofobia che coinvolge anche chi legge.
Ed è forse proprio questo l’aspetto che più mi ha colpito: il romanzo non ha bisogno di grandi spazi o di scenari spettacolari per creare inquietudine. È sufficiente una stanza, una radio, alcune persone apparentemente normali e la sensazione sempre più forte che qualcosa non vada come dovrebbe. Il lettore si ritrova così chiuso nello stesso spazio dei protagonisti, ad aspettare di capire cosa succederà, con la consapevolezza che ogni nuova informazione potrebbe cambiare completamente la storia. Il romanzo è costruito secondo la tecnica delle scatole cinesi: man mano che i minuti passano e la tensione sale, la narrazione ricorda vagamente una tragedia moderna o un dramma pirandelliano, in cui i personaggi vengono messi a nudo attraverso la forza implacabile dei dialoghi, delle confessioni e dei duelli verbali.
Radiomorte è un thriller serrato, cinico e privo di tempi morti. Morozzi non ha bisogno di ricorrere a scene d’azione rocambolesche o a violenze esplicite; punta tutto sulla tensione psicologica, trasformando la radio in un vero e proprio tribunale della coscienza. È una lettura che consiglierei a chi ama i noir taglienti, le storie a “circuito chiuso” e le analisi spietate della psiche umana. Un libro che si legge d’un fiato e che lascia con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, ponendo una domanda scomoda al lettore: quanto, in fondo, le nostre vite pubbliche differiscono dai segreti che custodiamo nel buio?
Una storia scritta più di dieci anni fa e che, eppure, mai come oggi ho trovato così attuale, in un’epoca in cui i social ci mostrano vite patinate, perfette e spesso molto lontane dalla realtà. Morozzi scava nel profondo della psiche umana e lo fa in modo cinico, senza indorare la pillola. E così, oltre a intrattenerci con un thriller notevole, ci lascia una riflessione che continua a lavorare anche dopo aver chiuso il libro.
Due parole sull’autore
Gianluca Morozzi è uno scrittore, musicista e conduttore radiofonico italiano, nato a Bologna nel 1971, città in cui vive e lavora. È una delle voci più prolifiche e stimate della narrativa noir, pulp e underground italiana contemporanea.
Esordisce nel 2001 con il romanzo Despero, pubblicato da Fernandel, casa editrice con cui ha un legame profondo e di cui è diventato direttore editoriale. La consacrazione: il successo nazionale arriva nel 2004 con il thriller claustrofobico Blackout (Guanda), un romanzo interamente ambientato all'interno di un ascensore bloccato, da cui è stato tratto anche un adattamento cinematografico.
“Pensava di averlo fatto, di aver messo a tacere tutti i suoi fantasmi. Pensava di avercela fatta. Ma adesso tutta la sua miseria torna a galla.”
Buona lettura!

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