Storia · Libri e libertà

La storia della censura

Dal rogo dei libri al book ban: la lunga storia del tentativo di mettere a tacere le parole.

Le parole che fanno paura

Quando seguivo il corso di Storia medievale all’Università Statale di Milano mi imbattei spesso in un termine che credevo appartenesse soltanto al passato: censura. Per me era sinonimo di tempi oscuri, governi tirannici, società in guerra. Non avrei immaginato di doverlo usare oggi, vedendo autori con cui sono cresciuta messi al bando nelle biblioteche e nelle scuole pubbliche, mentre in molti Paesi la censura torna di moda.

Ogni volta che un’idea è stata troppo audace, qualcuno ha cercato di zittirla. La storia della censura è storia della paura: del cambiamento, del dissenso, della libertà. Ma è anche la storia della resistenza delle parole, capaci di sopravvivere ai roghi, ai divieti e ai silenzi imposti.

Fin dall’antichità il controllo del pensiero è stato uno strumento di potere. Platone, nella Repubblica, immaginava una città ideale in cui poeti e narratori fossero controllati, perché i miti potevano “corrompere l’anima dei cittadini”. A Roma la censura divenne anche uno strumento politico: Ovidio fu esiliato da Augusto, ufficialmente per “carmen et error”, “un errore e un poema”, forse perché la sua arte era troppo libera per l’ordine morale del princeps.

L’Index librorum prohibitorum

Nel Medioevo, con l’affermarsi del cristianesimo, la censura si trasformò in istituzione. Nel 1559, per ordine di papa Paolo IV, nacque l’Index librorum prohibitorum, l’Indice dei libri proibiti, che per quattro secoli indicò ai fedeli quali testi non leggere. Rimase in vigore fino al 1966. Vi finirono centinaia, poi migliaia, di opere giudicate eretiche, blasfeme, immorali o pericolose: da Copernico a Galileo, da Machiavelli a Giordano Bruno, fino alla Critica della ragion pura di Kant. Eppure, spesso, proprio quei libri cambiarono la storia.

Quando la parola diventa rivoluzione

Con l’invenzione della stampa le idee smisero di essere privilegio di pochi. I libri circolavano più velocemente delle leggi che volevano fermarli, e la censura cominciò a perdere il controllo.

Nel Rinascimento Galileo Galilei fu costretto all’abiura per aver sostenuto che la Terra gira intorno al Sole; le sue opere continuarono però a circolare in segreto. Anche Il Principe di Niccolò Machiavelli, giudicato cinico e amorale, fu bandito per secoli e diventò uno dei testi politici più influenti. Più tardi, l’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert fu censurata più volte in Francia, accusata di minare la fede e l’autorità monarchica. Ma la cultura non poteva più essere rinchiusa.

Ottocento e Novecento: tra moralismi e totalitarismi

Nell’Ottocento la censura assunse anche una forma morale. Madame Bovary di Gustave Flaubert fu processato per oscenità; I fiori del male di Charles Baudelaire subì tagli e sequestri; L’amante di Lady Chatterley di D. H. Lawrence venne vietato per decenni in diversi Paesi. Ciò che oggi riconosciamo come arte e letteratura, allora era scandalo.

Nel Novecento la censura diventò politica e ideologica. I regimi totalitari capirono che controllare i libri significava controllare le menti. Nel 1933, in Germania, gli studenti nazisti bruciarono le opere di Kafka, Freud, Einstein e Heinrich Heine. In Unione Sovietica molti autori furono messi a tacere o costretti all’esilio. Anche in Occidente, la paura del comunismo e della “decadenza morale” produsse divieti e nuove forme di controllo. Paradossalmente, 1984 di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury — romanzi che denunciavano la censura — furono a loro volta criticati o vietati in alcune scuole e in alcuni Paesi.

Oggi: il controllo dell’invisibile

Chi pensa che la censura appartenga al passato si sbaglia. Oggi i libri non vengono sempre bruciati nelle piazze: a volte scompaiono silenziosamente dagli scaffali. Negli Stati Uniti i book ban, i divieti di lettura nelle scuole, hanno colpito in particolare opere che raccontano le esperienze delle persone nere e migranti, delle persone LGBTQ+ o affrontano temi di identità di genere e sessualità.

La tecnologia cambia i mezzi, ma non la domanda: chi decide quali storie possiamo leggere e quali idee possiamo ascoltare? Difendere la libertà delle parole significa proteggere la possibilità di conoscere, dissentire e immaginare. Perché ogni libro tolto dalla circolazione restringe anche lo spazio in cui una società può pensare.