Woody Allen

Che succede a Baum?

di Salvatore Sconzo

Ci sono libri che non chiedono di essere letti, ma ascoltati. Che succede a Baum? è uno di questi: un romanzo che sembra provenire più da un divano di psicoanalista che da una scrivania, più da un palco fumoso di jazz club che da una biblioteca silenziosa. Woody Allen torna alla forma breve e lo fa con quella voce che da decenni riconosciamo al primo inciampo: nevrotica, brillante, malinconica, irresistibilmente umana.

Baum è l’ennesimo alter ego "alleniano": intellettuale ebreo, insicuro, ossessionato dalla morte, dall’amore che non dura e da un Dio che osserva ma non risponde. Intorno a lui ruota un universo di personaggi che parlano troppo, pensano peggio e vivono come se la vita fosse una lunga battuta preparata male ma consegnata con tempismo perfetto.

Le nevrosi, l'identità e il comico come difesa i temi affrontati da Allen.
  •  l’angoscia esistenziale
  •  il fallimento sentimentale
  •  l’identità culturale
  •  la paura del tempo che passa
  •  l’assurdità del vivere

Ma qui tutto è più asciutto, più spoglio. La risara non esplode: scivola. È un umorismo che nasce dall’intelligenza, non dal gesto. Un umorismo che non salva, ma consola.

Narrativamente, Allen scrive come pensa: frasi rapide, dialoghi serrati, improvvise deviazioni filosofiche che sembrano battute e battute che sembrano confessioni.
Nel cinema, il corpo dell’attore – spesso il suo – amplifica l’ansia, la mimica, il ritmo.
Sulla pagina, invece, resta solo la voce. Ed è sorprendente quanto regga da sola.

Se nei film il silenzio è imbarazzante, nei racconti è sottinteso. La parola prende il posto dell’inquadratura, il paragrafo diventa montaggio. È un cinema mentale, fatto di pause invisibili.

Rispetto a raccolte come Senza piume, Effetti collaterali o Pura anarchia, Che succede a Baum? appare più crepuscolare.
Meno parodia esplicita, meno nonsense sfrenato. Più consapevolezza. Più stanchezza, forse. Ma anche più precisione.

Non è il Woody Allen iconoclasta degli esordi, ma quello che ha già riso di tutto e ora osserva ciò che resta.

Allen nasce scrittore prima che regista. I suoi primi testi appaiono su quotidiani e riviste come il New Yorker, sotto forma di monologhi, brevi prose comiche, falsi saggi.
Da lì il passaggio alla sceneggiatura è naturale: molte delle sue idee nascono come testi scritti, poi diventano film, e infine tornano alla carta sotto forma di racconti o romanzi brevi.

È un continuo attraversamento dei linguaggi: la letteratura come laboratorio, il cinema come eco visiva.

Il jazz: ritmo, improvvisazione, voce...
Il jazz non è solo una passione musicale di Woody Allen (clarinettista da sempre), ma una struttura mentale.
Nei suoi monologhi e nella sua scrittura c’è lo swing: frasi che accelerano, rallentano, improvvisano, tornano sul tema.
Come nel jazz tradizionale, il tema è semplice – amore, morte, Dio – ma le variazioni sono infinite.

Perché è un libro che non promette risposte, ma compagnia.
Perché Allen ci ricorda che l’intelligenza può essere una forma di tenerezza.
Perché ridere dell’angoscia non la elimina, ma la rende condivisibile.
E perché Baum, con tutte le sue debolezze, ci assomiglia più di quanto vorremmo ammettere.

Woody Allen (Allan Stewart Konigsberg), nato a New York nel 1935, è scrittore, regista, attore e musicista. Autore di oltre cinquanta film, ha segnato il cinema contemporaneo con uno stile inconfondibile, profondamente legato alla cultura ebraico-newyorkese, alla filosofia e al jazz. Parallelamente al cinema, ha sempre coltivato la scrittura, pubblicando racconti, saggi e memoir.

Che succede a Baum? è un susseguirsi di eventi che ruotano attorno alla figura di Asher Baum e a una costellazione di personaggi a lui affini: intellettuali inquieti, artisti tronfi, coppie in crisi, uomini e donne alle prese con il tempo che passa e con domande più grandi di loro.

Attraverso situazioni quotidiane solo apparentemente banali — relazioni sentimentali, amicizie instabili, ambizioni culturali, ossessioni metafisiche — Woody Allen costruisce brevi momenti in cui il comico si intreccia al disagio esistenziale. Ogni situazione è un frammento autonomo, ma che insieme compongono un ritratto ironico e malinconico degli umani, sospesi tra il desiderio di capire il senso della vita e la costante sensazione di aver perso le istruzioni.

È un libro che osserva il mondo da vicino, con sguardo lucido e autoironico, trasformando l’ansia in racconto e il dubbio in sorriso amaro.

Ed impossibile non consigliarvi una colonna sonora che vi accompagni durante la lettura.

Un Bill Evans che suona il suo album Waltz for Debby (1961) è più che perfetto!

Un pianoforte intimo, riflessivo, mai invadente. Perfetto per "camminare" con Baum mentre pensa troppo, ama male e ride nel modo giusto.

Perché alcune letture chiedono una musica che non distragga, ma ascolti.

Buona lettura!