L’appuntamento di oggi, cari amici della Bottega Esoterica, mi carica di una grande responsabilità. Non che nessuno mi abbia obbligato, ovviamente, ma nel nostro viaggio tra l’esoterismo e i suoi esponenti citare il sommo Dante mi è sembrata una tappa obbligata.
Tuttavia, raccontare Dante, seppure in chiave esoterica, è impresa ardua, soprattutto se si ha poco tempo a disposizione, in quanto stiamo parlando di uno dei maggiori, se non del maggiore, autore in assoluto nel panorama della letteratura italiana e internazionale. Il mondo intero ci invidia Dante, in tutte le scuole è riportato come fondamentale nei programmi di italiano e letteratura e non si contano i professionisti che, a vario titolo, hanno dedicato la loro carriera allo studio e all’approfondimento delle opere del sommo poeta, a partire dal suo biografo e antologista più famoso, quel Giovanni Boccaccio che pose l’aggettivo Divina alla sua opera omnia, la Commedia. Risulterebbe quindi fallimentare, per non dire suicidario, l’intento di parlare in maniera esaustiva di Dante e delle sue opere in questo mio umile contributo. E infatti non lo farò.
Ho deciso di comprendere Dante fra i protagonisti dell’esoterismo perché, al netto della sua importanza, il suo legame con l’esoterismo viene scotomizzato totalmente o quasi. La mia affermazione non vuole essere una critica al sistema scolastico, ci mancherebbe, anche perché ce ne sarebbero di assai peggiori da fare. Ma non è questo il contesto. Il fatto che Dante, nel pensiero e nella narrazione comuni, non venga annoverato tra gli autori esoterici ha in sé un intento sano e corretto; innanzitutto la vastità e la complessità delle sue opere sono difficilmente spiegabili nella modalità “tradizionale” e poi, come ci siamo detti sin dalle prime puntate, ci sono cose che non sono date di sapere, o, per meglio dire, che non è prudente rivelare in alcuni momenti e in alcuni contesti. Giustamente, chi è interessato non deve fare altro che andarsele a ricercare, esattamente come abbiamo fatto noi qui, alla Bottega. E per descrivere il Dante esoterico in maniera accattivante e non scontata abbiamo scelto una modalità un po’ alternativa.
Ma partiamo dai dati noti. Per quanto possa essere critico e controverso come argomento, si può affermare che il rapporto tra Dante e l’esoterismo esiste ed è anche ben documentato. Al di là della versione proposta e perpetuata dalla critica accademica tradizionale, ossia quella della teologia tomistica e della filosofia scolastica medievale, molti autori, sia italiani sia stranieri, hanno svolto lavori di ricerca volti a dimostrare che la Divina Commedia rappresenta di fatto un vero e proprio viaggio iniziatico criptato. Tra di essi possiamo ritrovare l’onnipresente Pier Carpi, ma anche Luigi Valli e il francese René Guénon.
In primis, nella Divina Commedia c’è il richiamo costante alla numerologia. Una chiave di lettura ermetica e, appunto, “criptata”. Questa versione, premetto, viene molto discussa in ambito accademico e non voglio certo addentrarmi in disquisizioni complesse, delle quali non ho nemmeno le conoscenze per dibattere, ma, nel più puro spirito della Bottega, il mio invito è quello di farsi sempre delle domande e di essere sempre cauti quando si tratta di prendere posizione.
Rimane evidente il fatto che certi numeri ricorrono sistematicamente: il tre, che rappresenta la Trinità e l’equilibrio divino. Tre sono le cantiche, composte da trentatré canti l’una, ad eccezione del Paradiso, che ne ha trentaquattro per portare la somma a cento, numero che rappresenta la perfezione. Tre sono anche le guide, Virgilio, Beatrice e san Bernardo, e anche i volti di Lucifero. Il nove è un altro numero che ricorre frequentemente, il numero del miracolo: nove sono i gironi dell’Inferno, nove le zone del Purgatorio e nove i cieli del Paradiso.
Insomma, il riferimento alla numerologia è a dir poco palese e non vogliamo credere che il sommo poeta fosse animato unicamente dall’amore per la simmetria. Inoltre, pare che lo stesso Dante inviti i lettori ad andare oltre quello che appare a una prima osservazione e, nello specifico, lo fa nel canto IX (guarda un po’) dell’Inferno:
«O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / sotto ’l velame de li versi strani».
Per quanto aulico sia il verso, non credo abbia bisogno di parafrasi per essere compreso.
Ma la numerologia, per quanto affascinante, non rappresenta il solo ponte tra Dante, la sua Divina Commedia e l’esoterismo. Un altro punto di giunzione si cela dietro la corrente letteraria che lo vede come il più degno e alto tra i suoi rappresentanti, il Dolce Stil Novo, che molti studiosi di esoterismo descrivono come la proiezione nel mondo profano di un ordine esoterico e iniziatico che rispondeva al nome di “Fedeli d’Amore”: massoneria, dunque, che annoverava tra le sue fila tutti i maggiori autori del tardo Medioevo. Oltre a Dante figurano i nomi di Guido Cavalcanti, Petrarca, Boccaccio e anche di Brunetto Latini, mentore di Dante, al quale abbiamo riservato un posto d’onore in questa narrazione.
È noto che Latini rappresentò per Dante un punto di riferimento fondamentale, sia dal punto di vista della formazione umana e politica, sia per quanto riguarda quella letteraria. Il segno della “mano” dell’intellettuale fiorentino nella realizzazione della Divina Commedia è importante e indelebile, così come lo fu il rapporto tra i due uomini. Dante, pur collocandolo in uno dei gironi dell’Inferno, esprime tutta la sua riconoscenza e il suo amore (seppur mantenendo sempre un tono reverenziale nei suoi confronti) per Brunetto.
Ma quale fu, nel concreto, il contributo di Brunetto Latini nella realizzazione di quella che ancora oggi rappresenta una delle massime opere letterarie, nonché un pilastro fondante del pensiero e della cultura cristiani? Qui sta il bello.
Sappiamo che, tra i tanti incarichi importanti che ricevette, Latini fu anche ambasciatore di Firenze presso la corte di Alfonso X di Castiglia. Lì venne in contatto, tramite la scuola dei traduttori di Toledo, con la filosofia aristotelica e con la cultura araba e islamica, nel dettaglio con alcuni testi in particolare: il Libro della Scala di Maometto, che descrive il viaggio nell’aldilà del profeta, e le opere di Ibn Arabi, filosofo, mistico e poeta sufi, vissuto tra l’Andalusia musulmana e il Medio Oriente circa ottant’anni prima della nascita di Dante.
Ibn Arabi fu autore delle Rivelazioni meccane e del Libro del viaggio notturno, opere nelle quali le analogie con la Divina Commedia sono a dir poco sconvolgenti, esattamente come nel Libro della Scala di Maometto. Senza entrare nello specifico, le similitudini tra le opere sono relative alla forma a imbuto dell’Inferno, a Gerusalemme identificata come punto di passaggio, alla disposizione dei cieli mobili, sormontati dalla rosa dei beati e dal trono divino, per finire con l’identificazione della “donna angelo”, tipica del Dolce Stil Novo: Beatrice per Dante, Nizam per Ibn Arabi.
Troppe somiglianze per essere considerate semplicemente delle coincidenze e, considerato il fatto che Dante visse tra Firenze e Ravenna e che non conosceva l’arabo, possiamo credere che fu Latini a metterlo in contatto con queste conoscenze una volta tornato a Firenze.
La teoria dell’influenza araba e islamica sulla produzione letteraria di Dante venne resa pubblica nel 1919 da Asín Palacios con la sua opera L’escatologia musulmana nella Divina Commedia e c’è da scommettere che destò non poco scalpore all’epoca, oltre che una buona dose di ostracismo e negazionismo.
Senza buttarla in politica, ma con la sana polemica che ci contraddistingue, viene da credere che l’opera di Palacios, se messa in mano oggi a qualche buontempone ignorante (una specie in forte espansione nella società italiana e, in generale, in quella occidentale), rappresenterebbe un booster incredibile per inscenare la più tipica delle pantomime propagandistiche che inneggiano a temi estremamente “raffinati e attuali”, come la remigrazione, l’islamofobia, l’omofobia, oltre che al razzismo più becero e genuino.
Ma mi rifiuto di pensare che chi segue e ascolta questa rubrica possa avere pensieri così miserrimi o perseguire ideologie fasulle e malate. Sono convinto, invece, che si possa condividere il pensiero che le influenze arabe e musulmane sull’opera di Dante non rappresentino una delegittimazione o una sottomissione del cristianesimo, bensì siano il più fulgido degli esempi del fatto che la cultura, l’amore e la ricerca della verità costituiscano un linguaggio universale e che, in questo senso, rendano davvero tutti gli esseri umani uguali, anzi, fratelli.
Un caro saluto e un appuntamento alla prossima puntata.
Restate con noi, nella Bottega Esoterica.
Alessandro Bonet