“Nelle case c’è un ordine apparente e un disordine reale”
di Annelies Romanin
“Lacci”, di Domenico Starnone, Einaudi 2014, è un romanzo intenso in grado di toccare ogni lettore, perché è una storia vista da diverse angolazioni che potrebbe riguardare ognuno di noi. Il libro racconta il lento, inesorabile sgretolarsi di una famiglia e sceglie di farlo senza clamore, senza scene madri, ma attraverso una tensione sotterranea che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È una storia di legami che non si spezzano mai del tutto, ma che stringono, feriscono, resistono anche quando sembrano ormai vuoti di senso. La metafora dei lacci, che legano, faticano a sciogliersi e talvolta stringono, evocata anche in un aneddoto all’interno del libro, dà origine al titolo.
Struttura del romanzo
La struttura in tre parti è uno dei punti di forza del romanzo. Nella prima sezione, ambientata nel passato e narrata dal punto di vista della moglie, Vanda, la narrazione si fa intima e ferma, quasi trattenuta. La voce femminile restituisce il dolore dell’abbandono e della disillusione con una precisione emotiva che colpisce proprio perché non cerca mai l’eccesso. La sofferenza emerge nei dettagli, nelle ripetizioni, nelle parole che tornano come un’ossessione: è il racconto di una frattura che non è solo coniugale, ma identitaria.
“Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie”
La seconda parte, ambientata molti anni dopo, sposta lo sguardo sul presente e amplia la prospettiva. Il punto di vista è quello di Aldo, il marito. Qui il romanzo mostra con chiarezza come il tempo non guarisca necessariamente le ferite, ma le sedimenti, trasformandole in abitudini, silenzi, equilibri fragili. I personaggi non sono più quelli di prima, eppure sono ancora prigionieri delle scelte passate. Il ritmo resta controllato, la scrittura sobria ed equilibrata, ma la tensione emotiva cresce proprio perché ciò che non è stato risolto continua a pesare.
Nell’ultima parte, narrata dal punto di vista della figlia, Anna, il romanzo compie un ulteriore scarto significativo. Lo sguardo di chi è cresciuto all’interno di quel conflitto rivela le conseguenze più profonde della frattura familiare. Anna non è solo testimone, ma anche erede di un dolore che non le appartiene del tutto e che tuttavia la definisce. È qui che Lacci mostra con maggiore forza la sua riflessione sul concetto di famiglia: non un luogo necessariamente di protezione, ma uno spazio in cui si eredita anche ciò che non si è scelto.
Analisi della scrittura
Lacci è un romanzo duro, che colpisce allo stomaco, lasciando il lettore senza respiro. Non esistono vittime o carnefici, ma ognuno è responsabile delle proprie scelte. Scelte che spesso incidono anche sulla vita di altri.
La scrittura è misurata, essenziale, ma attraversata da passaggi di grande intensità emotiva. Ogni parola sembra pesata, ogni scena costruita per sottrazione. Lo sviluppo della storia è solido, coerente, e accompagna il lettore senza forzature, lasciando spazio a interpretazioni e domande più che a risposte definitive. Il romanzo invita il lettore a interrogarsi sul senso dei legami duraturi, su ciò che resta anche quando l’amore finisce. È una riflessione amara e lucidissima sulla responsabilità affettiva, sul peso delle scelte e sull’impossibilità, talvolta, di liberarsi davvero del passato. Un libro che non cerca di consolare, ma di comprendere, e che proprio per questo lascia un segno profondo.
Ho apprezzato soprattutto la divisione in tre parti, con salti temporali e visione di tre punti di vista differenti, l’ho trovata ben equilibrata e molto funzionale alla storia. Offre la possibilità di osservare la stessa frattura familiare da angolazioni diverse, arricchendo la profondità psicologica della storia. La scrittura è sobria, controllata, lo stile è essenziale, ma capace di creare intensità emotiva. Ed è proprio questa misura delle parole utilizzate con precisione chirurgica a rendere più forti i passaggi più dolorosi. La caratterizzazione psicologica dei personaggi appare attenta e raffinata, risultano infatti credibili e complessi, definiti più dalle loro contraddizioni che da giudizi espliciti. Nessuno è completamente innocente o colpevole, e questo rende la narrazione più autentica.
Il ritmo lento, l’assenza di eventi eclatanti e l’attenzione quasi esclusiva alla dimensione interiore potrebbero, tuttavia dare l’impressione di una narrazione poco dinamica, soprattutto nella parte centrale e quindi mettere in difficoltà qualche lettore. Anche la scrittura controllata e trattenuta, pur essendo una scelta stilistica precisa, può risultare fredda o distante per chi cerca un coinvolgimento emotivo più immediato. Il romanzo, inoltre, non offre una risoluzione netta o consolatoria. Questa scelta, coerente con il tema, può però lasciare con una sensazione di incompiutezza o di amarezza.
Due parole sullo scrittore:
Domenico Starnone è uno degli scrittori italiani contemporanei più significativi e riconoscibili, soprattutto per la sua capacità di indagare con lucidità e rigore le dinamiche familiari, affettive e morali. La sua narrativa si muove in uno spazio apparentemente quotidiano e realistico, ma è attraversata da una tensione profonda che mette a nudo le fragilità dell’individuo e i compromessi della vita adulta. Uno degli aspetti centrali della scrittura di Starnone è l’attenzione alla responsabilità: nei suoi romanzi i personaggi sono spesso chiamati a fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte, anche molti anni dopo. Non c’è mai una vera assoluzione, né per chi tradisce né per chi subisce; al contrario, Starnone sembra interessato a mostrare come il dolore si trasmetta, si trasformi, si incarni nelle relazioni, soprattutto all’interno della famiglia.
Dal punto di vista stilistico, Starnone adotta una scrittura sobria, asciutta, controllata, che evita il sentimentalismo e privilegia l’analisi. Le emozioni non vengono esibite, ma emergono attraverso dettagli minimi, frasi brevi, dialoghi tesi e silenzi carichi di significato. Questa scelta rende la sua prosa estremamente efficace e, allo stesso tempo, esigente: il lettore è chiamato a partecipare attivamente, a colmare i vuoti, a interpretare ciò che non viene detto. Un altro tratto distintivo è la complessità dei punti di vista. Starnone spesso costruisce i suoi romanzi attraverso voci diverse o prospettive che si contraddicono, mettendo in discussione l’idea di una verità unica.
Tematicamente, Starnone esplora il fallimento delle relazioni, la crisi del matrimonio, il rapporto tra genitori e figli, e il peso dell’eredità emotiva. I suoi personaggi sono raramente eroici: sono uomini e donne comuni, spesso colti, consapevoli, ma incapaci di agire fino in fondo o di sottrarsi alle proprie contraddizioni. In questo senso, la sua narrativa ha una forte valenza etica, pur senza mai assumere un tono moralistico. Nel panorama letterario italiano, Starnone occupa una posizione di rilievo proprio per questa combinazione di rigore formale e profondità psicologica. I suoi romanzi non cercano di piacere o di consolare, ma di comprendere e smascherare. Leggerlo significa entrare in un territorio scomodo, dove le relazioni non sono rifugi sicuri, ma luoghi di conflitto e responsabilità, e dove la scrittura diventa uno strumento di indagine spietata e necessaria sulla vita privata e collettiva. Dal romanzo Lacci è stato tratto l’omonimo film diretto da Daniele Luchetti, che riprende i temi del libro raccontando le dinamiche di una relazione nel tempo. Il film non riesce a restituire pienamente l’intensità della scrittura di Starnone: sono infatti totalmente assenti i tre diversi punti di vista; tuttavia, la maestria della recitazione e una trama molto fedele al romanzo ne fanno un ottimo prodotto, la cui visione mi ha emozionata.
“Per il resto, vivere com’era bello, com’era bello essere vissuti.”
Buona Lettura!