Alka Joshi – Sei giorni a Bombay

di Salvatore Sconzo

Sei giorni a Bombay di Alka Joshi
Neri Pozza
Questa è una storia che non parla di un incontro che dura tutta la vita, parla di un incontro che dura soltanto pochi giorni, ma riesce a lasciare nel cuore  del lettore una traccia che non scompare più.
Forse è proprio questo il senso più profondo di Sei giorni a Bombay di Alka Joshi. Sei giorni.
Non una vita intera. Non anni di amicizia. Non una lunga storia condivisa. Soltanto sei giorni.
Eppure sono sufficienti a cambiare la direzione di un'esistenza.

Siamo a Bombay, nel 1937. Sona è una giovane infermiera del Wadia Hospital. Ha poco più di vent'anni, vive con la madre e conduce una vita apparentemente semplice, racchiusa tra il lavoro, la casa e quelle poche certezze che il mondo le ha concesso.
Sona, però, porta dentro di sé una domanda che non riesce a mettere a tacere.
È figlia di un'India che sente propria e di un padre inglese che ha scelto di tornare in Inghilterra, lasciando lei e sua madre a fare i conti con l'assenza e con le difficoltà di una vita costruita senza di lui.
Sona è divisa tra due mondi.
E proprio per questo non sa ancora se appartenga davvero a qualcuno dei due.
È una condizione che nel romanzo assume un significato molto più grande della semplice vicenda familiare.
Perché siamo nel 1937, nell'India ancora sottoposta al dominio britannico, in un Paese attraversato da tensioni sociali e politiche e nel quale l'idea dell'indipendenza è sempre più presente.
Il colonialismo non rimane sullo sfondo.
Entra nelle persone, nelle famiglie. Entra nelle differenze sociali ed entra persino nel modo in cui una ragazza può guardare se stessa e domandarsi quale sia il suo posto nel mondo.
Sona vive dentro questa contraddizione.
E forse è proprio per questo che l'arrivo di Mira Novak all'ospedale assume un'importanza così grande.

Mira
Mira è tutto ciò che Sona non è... o almeno così le sembra.
È una pittrice conosciuta, una donna che ha viaggiato, ha incontrato tante persone, amato, attraversato città e confini. È arrivata in ospedale dopo un aborto spontaneo e Sona si trova improvvisamente davanti a una donna che sembra appartenere a un mondo completamente diverso dal suo. Mira racconta e Sona ascolta.
E dentro quei racconti comincia a nascere qualcosa che non è soltanto un'amicizia.
 Una possibilità.
Mira diventa per Sona la prova vivente che il mondo è molto più grande della piccola porzione di realtà nella quale ha sempre vissuto.
Le racconta dell'Europa, degli uomini che ha amato, dell'arte, delle città, delle esperienze che hanno costruito la sua vita.
Sona ascolta quasi come si ascolta qualcuno che racconta una terra lontana.
Ma quella terra lontana comincia lentamente a sembrarle possibile.
È qui che Alka Joshi costruisce uno degli aspetti più interessanti del romanzo: Mira non è soltanto una persona che Sona incontra. È una porta.
Una porta verso ciò che Sona non ha ancora avuto il coraggio di immaginare.

Due donne che cercano una casa dentro se stesse
Il rapporto tra Sona e Mira è il cuore del romanzo.
E più si conoscono, più diventa evidente che le due donne, pur così differenti, hanno qualcosa di profondamente simile.
Entrambe cercano un luogo nel quale sentirsi finalmente intere.
Mira ha conosciuto il mondo.
Sona quasi non lo ha ancora visto.
Mira sembra libera.
Sona sembra prigioniera della propria vita.
Mira ha attraversato confini geografici e sentimentali.
Sona deve ancora attraversare quelli dentro di sé.
Eppure nessuna delle due sembra davvero arrivata.
È questa, forse, la domanda che Joshi affida alle sue protagoniste:
quanto dobbiamo viaggiare prima di capire dove vogliamo appartenere?
E soprattutto:
è davvero necessario appartenere a un luogo per sentirsi finalmente se stessi?

Mira e Amrita Sher-Gil
Dietro Mira si intravede una figura reale, quella di Amrita Sher-Gil, pittrice di origini indiane e ungheresi, una delle personalità più importanti dell'arte indiana del Novecento.
Joshi si ispira a lei senza trasformare Mira in una semplice trasposizione biografica.
Ed è una scelta felice.
Amrita Sher-Gil fu una donna divisa tra culture differenti, formata artisticamente in Europa e poi profondamente attratta dall'India, dalla sua gente e dalla sua realtà. La sua pittura avrebbe cercato proprio nella vita indiana una voce personale, lontana dai modelli che aveva incontrato in Europa.
È facile comprendere, allora, perché questa figura sia così importante per la costruzione di Mira.
Mira dipinge.
Ma, proprio come Sona, sta cercando di capire dove collocare se stessa.
La tela diventa per lei ciò che l'ospedale è per Sona: uno spazio nel quale cercare una propria identità.
Una dipinge.
L'altra cura.
Una osserva il mondo attraverso i colori.
L'altra attraverso i corpi, le malattie, le sofferenze.
Ma entrambe guardano.
Ed entrambe cercano di comprendere.

Sona, infermiera nel 1937
C'è un altro aspetto che ho trovato particolarmente interessante: il lavoro di Sona.
È infermiera in un'epoca nella quale la medicina è ancora lontana dagli strumenti e dalle conoscenze che oggi consideriamo normali.
L'ospedale diventa così uno dei luoghi più concreti del romanzo.
Ci sono i medici, le infermiere, i pazienti, le procedure, l'osservazione dei sintomi, le decisioni prese davanti a corpi che spesso non possono spiegare ciò che stanno vivendo.
Sona deve imparare a osservare.
Deve essere precisa.
Deve conoscere il dolore degli altri senza lasciarsi travolgere.
Ma soprattutto deve trovare il proprio spazio all'interno di un ambiente nel quale le decisioni appartengono prevalentemente agli uomini.
E questa dimensione professionale contribuisce a costruire il carattere della protagonista.
Sona è una donna abituata a prendersi cura degli altri.
Forse molto meno abituata a prendersi cura di se stessa.
E questa diventerà una delle sue grandi sfide.

Poi accade qualcosa
Ed è qui che il romanzo cambia passo.
Perché Sei giorni a Bombay non è soltanto una storia di formazione.
È anche un mistero.
E Alka Joshi è brava a non consegnarlo immediatamente al lettore.
Mira muore.
E la morte della pittrice lascia dietro di sé domande.
Troppe domande.
Sona si ritrova coinvolta in una situazione che non avrebbe mai immaginato e una vita che fino a quel momento era stata piccola, conosciuta e prevedibile viene improvvisamente scossa.
Ma Mira, prima di morire, ha lasciato qualcosa.
Una traccia.
Un messaggio.
Alcuni dipinti.
E soprattutto una serie di destinazioni.
Praga.
Parigi.
Firenze.
Londra.
Sona deve partire.
Ed è qui che il romanzo diventa davvero il viaggio di una donna alla ricerca di se stessa.
Non voglio dire di più.
Perché una parte del piacere di Sei giorni a Bombay sta proprio nel seguire Sona mentre entra, passo dopo passo, dentro una storia che sembra appartenere a Mira e che invece finirà per riguardare anche lei.
Ogni persona incontrata aggiunge qualcosa.
Ogni racconto modifica ciò che Sona credeva di sapere.
Ogni segreto rende più fragile la versione precedente della storia.
E Mira, lentamente, cambia davanti agli occhi di Sona.
La donna che aveva conosciuto in ospedale sembra avere avuto molte più vite di quanto lei potesse immaginare.
Ma quante persone conosciamo davvero?
Quante volte ci innamoriamo dell'immagine che qualcuno ci consegna di sé?
E quante volte quella stessa immagine nasconde qualcosa che non siamo ancora pronti a vedere?

Il viaggio più difficile non è quello verso l'Europa
Sona attraversa il mondo.
Ma il viaggio più importante è quello che compie dentro di sé.
L'Europa che incontra non è quella romantica dei racconti di Mira.
È un continente che sta andando incontro alla guerra.
Il fascismo, le tensioni politiche, le persecuzioni e l'ombra di un conflitto imminente trasformano il viaggio della giovane donna in qualcosa di molto più complesso.
Sona parte da Bombay per inseguire la storia di Mira.
Ma finisce per incontrare la propria.
E nel momento in cui cerca risposte sul passato della pittrice, torna inevitabilmente alle domande che da sempre riguardano la sua stessa vita.
Chi era suo padre?
Perché se n'è andato?
Cosa significa essere figlia di due mondi?
E soprattutto: dove deve andare una persona per smettere di sentirsi straniera?

L'India che resta dentro
C'è un filo che attraversa tutto il romanzo e che non si spezza neppure quando Sona lascia Bombay.
È l'India.
Un'India che non è soltanto il luogo dal quale proviene.
È memoria.
È madre.
È lingua.
È dolore.
È appartenenza.
È la terra nella quale Sona ha imparato a vivere e che, proprio perché conosce, rischia di non vedere più.
Partire le permette di guardarla da lontano.
E a volte è necessario allontanarsi da qualcosa per riuscire finalmente a comprenderla.
Sona cerca le proprie origini anche attraverso la storia degli altri.
E scopre che le radici non sono sempre qualcosa che ci trattiene.
A volte sono ciò che ci permette di partire.

Il coraggio di due donne
Alla fine, quello che mi rimane di Sei giorni a Bombay è soprattutto la storia di due donne che cercano di conquistare uno spazio.
Mira lo fa attraverso l'arte.
Sona attraverso la cura.
Mira attraverso il viaggio.
Sona inizialmente attraverso la rinuncia.
Mira sembra avere scelto la libertà, anche quando quella libertà le presenta un prezzo altissimo.
Sona deve ancora imparare che la libertà non consiste semplicemente nel poter andare dove si vuole.
Consiste nel poter scegliere chi diventare.
E forse è proprio questo il punto nel quale le due protagoniste si incontrano davvero.
Non sono due donne che cercano semplicemente un posto nel mondo.
Sono due donne che cercano il diritto di definire da sole quale sia quel posto.

Sei giorni
Il titolo sembra quasi una misura troppo piccola per contenere tutto quello che accade.
Sei giorni possono sembrare niente.
Una settimana appena.
E invece dentro quei sei giorni Sona trova una persona che le apre una porta, conosce una parte del mondo che non aveva mai visto, perde una certezza e ne acquista una nuova.
Poi dovrà continuare da sola.
Ed è proprio allora che il rapporto con Mira acquista il suo significato più profondo.
Perché alcune persone non entrano nella nostra vita per accompagnarci fino alla fine.
Entrano per indicarci una direzione.
Poi tocca a noi scegliere se seguirla.

Sei giorni a Bombay è un romanzo sull'identità, ma non soltanto.
È una storia sulla memoria e sui segreti.
Sul potere delle relazioni.
Sul bisogno di conoscere le proprie origini.
Sulla difficoltà di essere donna in un mondo che pretende ancora di stabilire cosa una donna debba essere.
È una storia sull'arte e sulla cura.
Sull'India e sull'Europa.
Sulla solitudine e sull'incontro.
Ma soprattutto è la storia di una giovane donna che parte credendo di dover trovare qualcuno e scopre, strada facendo, che la persona che stava cercando era forse sempre stata lei.
E allora forse il viaggio di Sona non termina quando torna a guardare verso Bombay.
Forse termina nel momento in cui smette di chiedersi:
«Dove appartengo?»
e comincia, finalmente, a domandarsi:
«Chi voglio essere?»
È una domanda che non ha bisogno di una città per trovare risposta.
E forse è proprio per questo che, dopo aver chiuso il libro, continua a viaggiare con noi.

Buona lettura!

ASCOLTA LA RECENSIONE
Voce di Clara Abati

Musica: Kolkata Winds di Bruno Freitas

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