Una voce oltre il filo spinato

di Annelies Romanin

Caterina Radio clandestina di Fiorenza Pistocchi
Neos Edizioni

“Perché voi e i vostri compagni impiegate tante energie per realizzare proprio una radio?
Non è un’impresa impossibile?” […]

“Per non perdere ogni speranza dobbiamo sapere come sta andando per davvero la guerra.
La radio tedesca e quella italiana trasmettono solo le notizie che vogliono Hitler e Mussolini, che sono tutte bugie, ma noi abbiamo bisogno di ascoltare la verità…”

Ci sono libri che raccontano una pagina di storia e libri che, quella storia, riescono a farcela sentire sulla pelle. Caterina, radio clandestina di Fiorenza Pistocchi, pubblicato il 10 marzo 2026 da Neos Edizioni, appartiene a questa seconda categoria.

È un romanzo storico basato su fatti realmente accaduti e costruito attorno alle vicende di uomini veramente esistiti, tra cui Giovannino Guareschi, Gianrico Tedeschi, Alessandro Natta e Giuseppe Brignole. Al termine del volume, l’autrice dedica a ciascuno di loro una breve biografia, offrendo al lettore la possibilità di approfondire le figure storiche e gli avvenimenti che fanno da sfondo alla narrazione.

L'autrice riporta alla luce una pagina della storia italiana che, per troppo tempo, è rimasta ai margini della memoria collettiva: quella dei circa 650.000 Internati Militari Italiani (IMI) che, dopo l’8 settembre 1943, rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di collaborare con i nazisti, pagando la propria scelta con la deportazione e l’internamento nei lager.

Il romanzo ci conduce nel giugno del 1944 nello Stalag X B di Sandbostel, in Germania. È qui che incontriamo la quotidianità degli internati: la fame, le umiliazioni, le malattie, il lavoro coatto, la paura e l’incertezza di chi non sa cosa accadrà il giorno successivo. Eppure, proprio in un luogo concepito per togliere agli uomini ogni forma di libertà e di dignità, nasce un piccolo, straordinario gesto di resistenza.

È Caterina, una radio ricevente artigianale costruita clandestinamente utilizzando pezzi di recupero e nascosta a rischio della vita. I suoi componenti vengono smontati dopo ogni utilizzo e ricostruiti quando è possibile ascoltarla nuovamente: una necessità dettata dalla paura delle perquisizioni e dal precedente fallimento di Teresina, il primo prototipo.

Attraverso Caterina, gli internati riescono a rompere l’isolamento imposto dai loro carcerieri e a conoscere l’andamento della guerra, seguendo l’avanzata degli Alleati. Quella piccola radio diventa così molto più di un semplice apparecchio: è una finestra sul mondo, un filo che continua a legarli alla realtà esterna e, soprattutto, una concreta possibilità di continuare a sperare.

Accanto ai personaggi storici si muove Francesco, soldato immaginario e voce narrante in prima persona. La sua presenza introduce una dimensione particolarmente interessante nel romanzo, perché mette il lettore di fronte alla fragilità dell’essere umano quando viene sottoposto alla paura, alla fame e al ricatto. Francesco, per sopravvivere, accetta inizialmente di diventare una spia. È una scelta difficile, scomoda, che impedisce di dividere semplicemente i personaggi tra buoni e cattivi e porta la narrazione dentro quella zona grigia in cui la sopravvivenza può entrare dolorosamente in conflitto con la coscienza.

“…ogni segreto che i nostri carcerieri non riescono a scoprire, ogni oggetto che rubiamo senza che se ne accorgano, ogni apparecchio che riusciamo a costruire e loro non sono capaci di trovare, ci rende qualcosa che in questo posto rischiamo di perdere ogni giorno: l’orgoglio di essere italiani.”

Stile di scrittura e ritmo del romanzo
Uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente è la scrittura di Fiorenza Pistocchi: rigorosa, misurata, ma allo stesso tempo profondamente empatica. Il tono è asciutto e quasi trattenuto.
E proprio questa scelta, a mio avviso, che rende ancora più potente ciò che viene raccontato.
L’autrice non ha bisogno di enfatizzare il dolore o di ricorrere alla retorica per suscitare emozione: lascia che siano i fatti, i gesti e le parole dei personaggi a parlare.

L’alternanza tra capitoli in prima persona e capitoli in terza persona contribuisce a creare due differenti prospettive. La prima ci porta dentro la vicenda, permettendoci di percepire più da vicino paure, pensieri e conflitti interiori; la seconda restituisce invece uno sguardo più ampio sugli avvenimenti.

La narrazione assume così quasi la forma di un diario di bordo, nel quale la sopravvivenza si misura attraverso piccoli eventi quotidiani: riuscire a procurarsi qualcosa da mangiare, evitare una perquisizione, proteggere la radio, non perdere la speranza.

La gestione di Caterina introduce nel romanzo una tensione quasi da thriller. Ogni perquisizione può significare la scoperta della radio e, di conseguenza, risvolti gravissimi per chi l’ha costruita e per chi la protegge. La quotidianità del lager diventa quindi una continua sfida all’ingegno e alla capacità di resistere.

C'è un altro elemento che mi ha particolarmente colpita: la presenza della poesia, della cultura e della bellezza. Potrebbe sembrare quasi una contraddizione. A cosa può servire la poesia quando si ha fame? Che senso può avere la bellezza in un luogo dominato dalla violenza, dalla paura e dalla privazione?

La risposta che ho trovato tra le pagine di questo romanzo è esattamente l'opposto: è proprio quando tutto intorno cerca di disumanizzarci che abbiamo più bisogno di ciò che ci rende umani.

La cultura, la poesia, l'ironia, la capacità di pensare e di condividere qualcosa che vada oltre la mera sopravvivenza diventano forme di resistenza. Non sono elementi accessori, ma strumenti attraverso i quali gli internati cercano di conservare una parte di sé.

Fiorenza racconta la realtà di esseri umani messi davanti al limite della propria resistenza, che hanno paura, che sbagliano, che dubitano, che cercano di sopravvivere e che, nonostante tutto, continuano a prendersi cura gli uni degli altri. La presenza di figure come Guareschi e Tedeschi non appare mai come un semplice espediente per impreziosire la vicenda con nomi illustri. Sono soprattutto persone, con le loro fragilità e le loro risorse interiori. Attraverso di loro emerge l'importanza dell'ingegno, della solidarietà e persino dell'ironia come strumenti per non lasciarsi completamente schiacciare dalla realtà.

Anche la scelta di inserire Francesco, personaggio di finzione, risulta efficace. 
Perché grazie al  percorso che compie che viene data al lettore la possibilità di esplorare il confine sottile tra coraggio e paura, tra resistenza e compromesso. La sua vicenda ci ricorda che, in condizioni estreme, giudicare le scelte degli altri è molto più semplice che compierle.

Caterina radio clandestina è, prima di tutto, un libro sulla memoria. Non soltanto costituita dalle date,  dai nomi e dagli avvenimenti, ma sopratutto è una memoria costruita dalle persone.

Caterina diventa allora il simbolo di tutto questo: una piccola radio costruita clandestinamente, apparentemente fragile e insignificante, ma capace di aprire una breccia nel muro dell'isolamento.

Pur raccontando una realtà estremamente dolorosa, la scrittrice non indulge mai nella morbosità.
Le sofferenze fisiche e psicologiche degli internati vengono raccontate con misura e rispetto.
È una scelta che ho particolarmente apprezzato, perché permette anche al lettore più sensibile di avvicinarsi a questa pagina della storia senza essere sopraffatto da descrizioni gratuite della violenza. L'emozione nasce altrove: nei silenzi, nella paura, nelle piccole speranze, nei gesti di solidarietà e soprattutto nella consapevolezza di quanto sia difficile conservare la propria umanità quando qualcuno cerca sistematicamente di portartela via.

Caterina radio clandestina è un romanzo che non parla solo di guerra, ma soprattutto narra ciò che rimane dell'uomo quando questa cerca di cancellare ogni certezza, scavando alla ricerca della dignità e delle scelte morali.

Due parole sull’autrice
Fiorenza Pistocchi, originaria di Savona, dopo aver vissuto per molti anni a Milano, risiede attualmente a Pioltello (MI). Collabora ormai da anni con Neos Edizioni, con cui pubblica i suoi romanzi. È curatrice di diverse antologie; “Milano è Libro Rosa” è una di queste.

Divisa fra due grandi amori, il romanzo storico e il genere noir/giallo, nei suoi scritti presenzia spesso una forte componente sociale.  Particolarmente sensibile alla diffusione della cultura fra i giovani e per questo motivo, tra le altre sue attività tiene diversi incontri con le scuole.

“La ascolta uno solo, è vero, ma passa le notizie ad altri e chi diffonde queste notizie ha un compito importante per i prigionieri: aiuta a costruire una rete di collaborazione e di fiducia, alimenta la speranza e combatte la solitudine.”

Buona lettura!

ASCOLTA LA RECENSIONE
Voce di Violetta

Musica: Dark Space di gadzzon897

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