Un romanzo breve che alterna umorismo tagliente e riflessioni profonde.

“...non si sfugge al passato, perché non è dietro di noi ma dentro”

di Annelies Romanin

I convitati di Michele Mari

Einaudi

“I convitati di pietra”, pubblicato da Einaudi Editore il 18 novembre 2025, è un romanzo breve di sole centosessantotto pagine, capace di intrattenere il lettore alternando umorismo tagliente e riflessioni profonde. È il primo libro di Michele Mari che leggo e rimango colpita fin da subito dalla cura con cui racconta la sua storia. Con un uso della lingua senza compromessi, Mari gioca con parole e vocaboli, coinvolgendo anche noi lettori in questo gioco. Inventa cognomi, nomi e situazioni assurde che, paradossalmente, appaiono perfettamente credibili.
“I convitati di pietra” è un romanzo che sembra ironizzare sul trascorrere del tempo, come un orologio narrativo che non conosce sosta. 

Due parole sulla trama:

“La serata finí poi in cagnara, perché ormai conoscevano tutti lo stile di Brodo, e si divertivano a dargli il la. «Forse è una domanda indiscreta», gli disse la Ricci senza che ci fosse stata alcuna domanda, e Brodo, con la voce del colonnello Mortimer: «No, le domande non sono mai indiscrete, le risposte lo sono, a volte».

Il romanzo prende avvio da un’idea semplice, ma spietata: poco dopo l’esame di maturità, nel 1975, i trenta compagni della III A del Liceo Berchet di Milano si ritrovano per una cena e decidono di organizzare una singolare di “riffa della morte”. Ciascuno dovrà versare ogni anno una somma di denaro e gli ultimi tre sopravvissuti allo scorrere del tempo si divideranno il capitale accumulato: un investimento capace di garantire una sorta di premio a chi riuscirà a restare in vita più a lungo. Quella promessa, nata inizialmente per gioco, si trasforma presto in un vincolo esistenziale: le cene diventano rituali annuali e la vita di ognuno, nel bene e nel male, è scandita dalla competizione, dagli incidenti, dagli equilibrismi morali e dalle dinamiche grottesche che ne derivano. Ogni anno, durante il ritrovo, vengono scandagliate le vite di ciascun compagno e di ciascuna compagna, per mettere a nudo le fragilità segnate dallo scorrere del tempo. I convitati, uno dopo l’altro, iniziano a scomparire.
Nasce così una storia che attraversa i decenni, fino al 2050 e oltre, trasformando la competizione in una lente sulla natura umana, sulla nostalgia, sulla paura della morte e della vecchiaia, 

La narrativa è densa e allusiva: Mari fonde ironia e riferimenti culturali - vengono più volte citati passaggi di letteratura, cinema e fumetti - dando così vita a un linguaggio ricco e stratificato. L'ironia nera e l'umorismo si intrecciano con le vicende dei personaggi, pervadendo il racconto anche nei momenti più crudi o assurdi. I protagonisti sono quasi sempre nominati come in appello, mai evocati per nome proprio, e spesso descritti con uno sguardo tagliente o persino grottesco. La trama non segue una linea retta, ma si sviluppa attraverso un accumulo di eventi, incontri, tensioni e colpi di scena. In generale, lo stile è irriverente, con una varietà di registri che alternano elementi da noir, commedia e satira sociale, come se l'autore si divertisse a giocare con il linguaggio e con i generi. Il ritmo rimane vivace e costantemente in movimento per tutta la durata del romanzo, nonostante la presenza di numerose riflessioni: rapido nella successione degli eventi, soprattutto grazie alla struttura che salta da un anno all'altro e ai numerosi incidenti legati alla riffa. La tensione narrativa è palpabile: le dinamiche di sopravvivenza, di competizione, di tradimento e alleanze catturano l'attenzione del lettore dalla prima all'ultima pagina.
Lo sviluppo dei personaggi è eterogeneo: pur essendo numerosi, Mari riesce a conferire identità e profondità a molti di loro nel corso del racconto. 
“I convitati di pietra” intreccia satira sociale e profonde riflessioni sulla vita e sulla morte, proponendo al tempo stesso una critica alla nostalgia e alla memoria collettiva, all’interno di una trama grottesca e spesso ironica. È un esperimento narrativo che gioca con l’idea del tempo, del rito e della competizione umana.
Ho apprezzato moltissimo l’originalità della trama, l’ironia ben dosata e la descrizione irriverente dei personaggi. Ho trovato il ritmo del romanzo coinvolgente e dinamico e ho percepito come particolarmente interessanti le riflessioni sul tempo, sulla vecchiaia e sulla memoria collettiva. Tuttavia, alcuni lettori potrebbero trovare la storia particolarmente cinica o eccessivamente grottesca; inoltre, i numerosi personaggi, soprattutto all’inizio della vicenda, rischiano di creare un po’ di confusione.
In conclusione, leggendo questo romanzo, oltre ad apprezzare l’uso di una lingua curata e di altissimo livello, mi sono divertita molto.

Due parole sull’autore: 
Michele Mari è uno degli scrittori italiani contemporanei più originali e riconoscibili. Nato a Milano nel 1955, è figlio dell’illustratore Enzo Mari e della designer e autrice per l’infanzia Iela Mari; cresce in un ambiente artistico che influenza in modo decisivo la sua formazione. Ha insegnato per molti anni Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano. Oltre ai romanzi, ha pubblicato racconti, saggi e testi critici.
Tra le sue opere figurano: “Tu, sanguinosa infanzia”, “Verderame”, “Leggenda privata”, “Di bestia in bestia” e “Roderick Duddle”.
Lo stile narrativo di Mari è inconfondibile: adotta un lessico ricercato e costruzioni sintattiche complesse. Non persegue una scrittura “trasparente”; la sua lingua è materia viva, densa, quasi scultorea. È un personaggio della storia. Nei suoi libri dialoga costantemente con diverse forme d’arte, intrecciando riferimenti alla letteratura classica e moderna, al fumetto, al cinema e alla cultura pop.
È uno scrittore profondamente letterario: leggere Mari significa confrontarsi con la tradizione e, al tempo stesso, metterla in discussione. Molti dei suoi testi fondono ironia nera e atmosfere gotiche, creando una tensione continua tra memoria e oblio. Una memoria, che nei suoi libri, non è mai consolatoria o nostalgica: è conflittuale, dolorosa, talvolta spettrale. Per questo è considerato un vero artigiano della lingua. 
Non è uno scrittore minimalista né commerciale: richiede attenzione e partecipazione attiva, ma ripaga il lettore con profondità e originalità.

“Quanto erano stati superficiali e ingenui! Concepire quella gara mostruosa quando il premio era già in loro, con loro, ed era la giovinezza, semplicemente”.

Buona lettura!

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