di Annelies Romanin
Open di Andre Agassi
Giulio Einaudi - Collana Super ET
“Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo. Eppure oggi è diverso. È una confusione più terrificante. Più totale.”
“Open”, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2011, è l'autobiografia del tennista Andre Agassi. Quella che ho appena terminato è la prima biografia della mia vita: devo ammettere che finora le avevo sempre snobbate, forse perché temevo di imbattermi in racconti autoreferenziali e noiosi. Con “Open” ho dovuto ricredermi fin dalle prime pagine.
Andre Agassi è il più piccolo di quattro fratelli e l'ultima speranza del padre di realizzare il sogno di avere in casa un campione di tennis. Fin dalla primissima infanzia viene plasmato per questo scopo: il padre gli lega delle racchette da ping pong alle mani affinché possa colpire la giostrina sopra la culla, decorata con palline da tennis. Andre odia il tennis, ma il fatto che debba diventare il numero uno non viene mai messo in discussione.
“Open” non è un libro sul tennis, ma sui rapporti umani: quelli che lo hanno imprigionato, come il legame con il padre e con Nick Bollettieri, e quelli che lo hanno salvato, come l'amicizia con Perry e il rapporto con il fratello Philly.
Andre vive di tennis per tutta la vita, tiranneggiato da un padre-padrone che decide per lui senza concedergli alcuna possibilità di scelta. Non apre praticamente mai un libro e abbandona la scuola a tredici anni. Gioca, dorme, mangia, si allena, vola da una parte all'altra del globo. Fin dall'infanzia è irrimediabilmente triste, in crisi, solo. Si circonda di un entourage che finisce per diventare la sua vera famiglia e si barrica in una routine dalle minime variazioni.
“Non riesco a immaginare che tutta questa gente voglia assomigliare ad Andre Agassi, dal momento che io non voglio essere Andre Agassi.”
Essere il numero uno del ranking mondiale o un operaio della Fiat Mirafiori, in fondo, non fa molta differenza: si è soltanto più ricchi e conosciuti, ma questo comporta nuove pressioni, problemi e l'attenzione costante dei media.
Agassi si sposa dapprima con la più bella tra le belle, ma il matrimonio non funziona. Lei è un'attrice, ama viaggiare, andare a teatro, frequentare artisti e intellettuali. Andre vuole soltanto giocare: così è stato programmato dal padre fin dalla culla. Conosce un solo linguaggio, quello della racchetta. Non sa fare nient'altro, come spesso accade ai grandi talenti. In seconde nozze sposerà la collega Steffi Graf, campionessa come lui e profonda conoscitrice delle luci e delle ombre di un'esistenza vissuta sul tetto del mondo sportivo. Con lei troverà finalmente la pace.
“Ciò che provi alla fine non conta; il coraggio sta in ciò che fai.”
Il libro è scritto a quattro mani con J.R. Moehringer, e si percepisce in ogni pagina. La scrittura è elegante, calibrata negli effetti, ricca di metafore efficaci e sapiente nei cambi di ritmo. Sembra quasi imitare il tennis di Agassi: fantasioso, vivace, geniale e sofferente, anche sul piano fisico. Agassi è stato un precursore del tennis moderno. Giocava d'anticipo, aggredendo la palla e imponendo il ritmo dello scambio invece di subirlo. Oggi quasi tutti i grandi campioni adottano questa filosofia di gioco, ma negli anni in cui lui emerse era qualcosa di innovativo.
“Open” non è una semplice autobiografia sportiva; è un romanzo di formazione brutale, intimo e magistralmente costruito, capace di trascendere il tennis per trasformarsi in un'indagine universale sull'identità, sulla ricerca di senso e sul conflitto tra dovere e desiderio.
Il ritmo del libro è governato da una struttura a incastro che alterna sapientemente presente e passato. L'opera si apre con una delle descrizioni più tese della letteratura sportiva: il dolore fisico di Agassi prima di un match agli US Open. Qui il ritmo è sincopato e martellante, fatto di frasi brevi che riproducono il respiro affannoso e la concentrazione ossessiva dell'atleta.
Quando il racconto torna al passato, invece, il ritmo si distende e diventa più riflessivo. Il contrasto tra la frenesia della carriera e la profondità dei ricordi, l'infanzia segnata dal padre dispotico, la solitudine del circuito professionistico, mantiene il lettore costantemente coinvolto.
È impossibile parlare di “Open” senza citare J.R. Moehringer, il coautore che presta la propria penna ad Agassi. La scrittura è trasparente, priva di orpelli retorici, ma dotata di una rara capacità evocativa.
La narrazione non cerca mai di indorare la pillola. Che si tratti dell'uso di metanfetamine, del fallimento del primo matrimonio o dell'odio viscerale per il tennis, il tono rimane sempre diretto e privo di autocompiacimento. Il tennis diventa così una metafora della vita: il campo è una prigione, la pallina un nemico da sconfiggere, il silenzio dello stadio una forma di tortura. La prosa è pulita, quasi atletica, capace di passare dalla disillusione alla commozione autentica senza mai perdere coerenza.
È proprio lo stile a elevare “Open” al di sopra della media dei libri scritti da celebrità. Riflette perfettamente la dicotomia del protagonista: da una parte l'Agassi ribelle, con il look iconico degli anni Novanta, i capelli lunghi e gli orecchini; dall'altra l'Agassi prigioniero, costretto ad allenarsi per ore sotto il controllo del padre. La narrazione è un continuo tira e molla tra il desiderio di apparire e la necessità di nascondersi.
“Se avessi tempo, e una maggiore autocoscienza, direi ai giornalisti che sto cercando di capire chi sono, ma intanto ho un’idea abbastanza precisa di chi non sono. Non sono ciò che indosso. Di certo non sono il mio gioco. Non sono niente di quello che pensa di me il pubblico. Non sono uno showman semplicemente perché vengo da Las Vegas e indosso abiti vistosi. Non sono un enfant terribile, un’espressione che compare in ogni articolo che mi riguardi.(Penso che non puoi essere qualcosa che non sai nemmeno pronunciare)”
C'è inoltre una qualità quasi cinematografica nel racconto. Agassi descrive le scene con precisione maniacale, lasciando che siano i fatti - talvolta crudi e imbarazzanti, altre volte epici- a parlare per lui. Il risultato è che il lettore non si limita a leggere la storia di un tennista, ma vive il logorio psicologico di un uomo che, arrivato in cima al mondo, si accorge di non aver mai scelto davvero la strada per arrivarci.
“Open” è una storia di dolore e di relazioni: quelle che salvano e quelle che distruggono. È un capolavoro di equilibrio, con la velocità di una finale e la profondità di un diario segreto. Se cerchi un libro capace di analizzare cosa accade nella mente di un campione quando le luci si spengono e rimane soltanto la solitudine del proprio io, questo è un punto di riferimento assoluto.
“Gli spiego che la mia vita non mi è mai appartenuta nemmeno per un giorno. È sempre stata di qualcun altro. Prima mio padre. Poi Nick. E sempre, sempre il tennis. Perfino il mio corpo non era mio prima che incontrassi Gil, che sta facendo quello che dovrebbe il compito di un padre. Rendermi più forte.”
Buona lettura!
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Voce di Federico Benna
Musica: Brave Tales di Waves