di Cristina Grazioli
La radice del male di Adam Rapp
“Guarda cosa fanno quattro topi intelligenti in gabbia.”
«Non cambia mai niente, aveva pensato. Né le persone, né gli alberi, né le case. Non importa se preghi, canti o bevi camomilla. Siamo tutti condannati a essere quello che siamo.»
Conosciamo Adam Rapp
Nasce negli Stati Uniti il 15 giugno del 1968 (praticamente io e lui siamo gemelli). È un artista a tutto tondo: drammaturgo, sceneggiatore, autore, musicista in una rock band indipendente chiamata Less. La notorietà gli arriva con il teatro, poi con qualche incursione in TV (è autore della serie Dexter). Inizia la sua carriera di scrittore nel 2018 con romanzi per ragazzi e solo da pochi anni si è cimentato con una scrittura più adulta.
Durante un’intervista ha raccontato come il suo romanzo La radice del male sia nato da un’inquietante scoperta personale legata a sua madre e all’esecuzione del famigerato serial killer John Wayne Gacy.
Cosa racconta “La radice del male”
La storia si snoda tra il 1951 e il 2010, passando attraverso la storia americana di provincia.
Rapp tesse la tela lentamente, distribuisce informazioni con parsimonia, non dà loro importanza, quasi fossero inutili.
È una storia all’apparenza semplice. Una famiglia come tante che vive in una zona suburbana vicino a New York: il padre, lavoratore di poche parole; la madre, autoritaria, perno della famiglia, che si nasconde dietro a un cattolicesimo ferreo che tutto copre; e sei figli.
Una famiglia che non è immune da lutti e dolori: un bimbo muore in tenera età, una figlia disabile vive la sua vita tra le mura domestiche con i genitori. E poi gli altri figli:
Myra, la più grande, studiosa, diligente. La sua vita è un cliché: lavora come infermiera, si sposa, ha un figlio che poi crescerà da sola, lotta per mantenere vivi i legami con tutto il resto della famiglia, che spesso se ne approfitta. È la figura che fa da trade union, semplice, malinconica eppure granitica di fronte alle avversità della vita, senza risultare mai aggressiva.
Lexi: donna in carriera, che sposa un uomo facoltoso. La parte fortunata della famiglia.
Fiona: eterna Peter Pan, insegue per tutta la vita il suo sogno di diventare attrice, si nasconde dietro trucchi e parrucche per cercare di fermare il tempo che corre.
Alec: l’unico figlio maschio sopravvissuto, schiacciato dalla personalità cattolica della madre, un ragazzo da sempre tormentato e ombroso. È la figura più inquietante, un uomo all’apparenza docile che si insinua nelle vite degli altri senza che questi reagiscano. Ed è proprio questa assenza di reazione che incute timore.
Quando Ava, la madre, inizia a ricevere delle semplici cartoline senza mittente, qualcosa non torna. Lei intuisce la gravità quasi subito, ma preferisce non intervenire, sceglie deliberatamente di non agire, come ha sempre fatto nella sua vita. Fino a quando non decide di mostrarle a Myra.
La mia opinione
Per tutta la prima parte del libro continuavo a chiedermi dove fosse il legame tra la storia e il titolo. La vita nella famiglia Larkin procede senza grandi colpi di scena: si raccontano momenti a volte slegati tra loro, le diatribe ci sono, i sotterfugi anche, come spesso succede in molte famiglie, ma nulla che faccia pensare al Male, se non sporadici episodi di cronaca nera.
Anche le reazioni sono blande: la morte del figlio più piccolo non lascia strascichi, la figlia disabile viene nutrita, vestita, lavata, ma non c’è emozione, non c’è dolore. C’è solo rassegnazione.
È nella seconda parte che le tessere del puzzle si completano, che i caratteri dei personaggi si definiscono, e allora tutto scorre più veloce.
Ed è qui che Rapp mostra il meglio di sé: smonta le certezze, un pezzettino alla volta, e il lettore quasi non se ne accorge, finché non si trova sull’orlo del baratro.
Una bella scrittura, asciutta, fredda, senza fronzoli; dialoghi serrati, poche parole, un linguaggio che si avvicina al parlato. Le frasi sono brevi e aiutano a spingere la storia. Ogni capitolo è focalizzato sul punto di vista di un personaggio, e anche questo aiuta ad avere un’immagine più tridimensionale.
Ci ho messo un po’ a leggerlo: la prima parte mi stava quasi annoiando, ma ho perseverato e ho fatto bene, perché poi tutto torna.
Un bel romanzo che fa riflettere su come il Male esista e, a volte, sia seduto proprio accanto a noi.
Buona lettura!
ASCOLTA LA RECENSIONE
Voce di Federico Benna
Musica: Blue Mountain In di Omri Smadar