L’uomo seduto al tavolo non è soltanto un fuggitivo: è qualcuno che porta addosso il peso di una scelta

di Salvatore Sconzo

Piove di Tony Damiano

Covo Della Ladra Magazine
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Ci sono racconti che sembrano muoversi come un’indagine, altri che procedono come un ricordo. E poi ci sono storie come questa, che avanzano come una notte insonne: lente, sospese, attraversate da una pioggia che non smette mai davvero di cadere.

Il racconto si apre con un gesto semplice e carico di tensione: una tendina scostata con la canna di una pistola. Fuori, la strada è vuota, illuminata da lampioni pallidi. Dentro, una stanza che è più rifugio che casa. L’ora è quella in cui la notte si consuma lentamente, tra le quattro e le sette del mattino, mentre l’orologio diventa quasi un testimone silenzioso del tempo che passa e delle decisioni che non possono più essere rimandate.

La narrazione si muove tra sogno e veglia, tra memoria e attesa. L’uomo seduto al tavolo non è soltanto un fuggitivo: è qualcuno che porta addosso il peso di una scelta. Il sogno che lo assale — con le pareti che scorrono e il tavolo che resta l’unico punto fermo — diventa una metafora potente. È la vita che corre, è il passato che ritorna, è l’angoscia che prende forma.

E in mezzo a questa vertigine compare il ricordo di Berta, con i suoi occhi color ambra, con quella quotidianità fragile fatta di caffè e di mattine lente. In poche righe, il racconto riesce a creare un contrasto struggente: la clandestinità e la tenerezza, la violenza e l’intimità. La rivoluzione e la vita semplice che avrebbe potuto essere.

Il tema centrale del racconto è proprio questo: il momento in cui un’idea — nata quasi per gioco — smette di essere un’idea e diventa destino.
Il neoluddismo armato, evocato quasi con ironia amara, rappresenta l’illusione di cambiare il mondo attraverso un gesto radicale. Ma il racconto non è un manifesto politico. È qualcosa di molto più umano: il resoconto interiore di chi scopre troppo tardi il prezzo delle proprie convinzioni.

La dimensione rivoluzionaria del testo non sta tanto nella ribellione in sé, quanto nella sua disillusione. La rivoluzione appare come un percorso che inizia tra amici, tra sogni e parole, e che finisce nella solitudine di una stanza, con una pistola sul tavolo e il rumore della pioggia.

E proprio la pioggia diventa il vero elemento poetico del racconto.
Cade all’inizio e cade alla fine. Cade sui ricordi, sui morti, sulle domande. Cade mentre il protagonista fugge e cade quando tutto si conclude.

È una pioggia che sembra voler lavare qualcosa: la strada, il sangue, forse anche la coscienza.

La scrittura è asciutta, quasi cinematografica, ma dentro questa essenzialità si nasconde un lirismo sotterraneo. Le immagini sono poche e precise: il tavolo stretto tra le mani, la moka che borbotta, gli occhi di Berta che si riaprono lentamente davanti a una tazza di caffè. Piccoli dettagli domestici che, accostati alla violenza della clandestinità, producono un effetto di grande intensità.

Il finale arriva come una conclusione inevitabile. Non c’è eroismo, non c’è redenzione. Solo la pioggia che continua a cadere.

Ed è forse proprio questo il gesto più radicale del racconto: togliere alla rivoluzione ogni aura romantica e lasciarla nuda, fragile, piena di perdite.

Quando l’ultimo colpo rompe il silenzio, ciò che resta non è la politica, né la storia.
Resta soltanto un uomo, il ricordo di una donna, e la pioggia che cade ostinata su una città che continuerà a vivere.

Come se nulla fosse accaduto.

Buona lettura! 

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