ilCalamaioErrante

Viaggi tra storie, memoria e meraviglia

di Salvatore Sconzo

La palestra dell’anima. Come la letteratura ci allena a superare i nostri limiti

Non ricordo quando abbia iniziato a leggere davvero.

Non intendo sfogliare un libro o arrivare all’ultima pagina. Quella è la forma comune di leggere un libro. Io intendo: leggere nel senso più profondo del termine: entrare in una storia e uscirne diverso da come vi ero entrato.

Forse è successo con un romanzo. Forse con un racconto. O forse con uno di quei libri che accompagnano l’umanità da millenni e che, al di là del loro valore religioso o storico, hanno saputo parlare all’essere umano come poche altre opere hanno fatto.

Da allora ho maturato una convinzione.

La letteratura è la palestra più straordinaria che l’uomo abbia mai costruito.

Non ha pareti, non ha pesi, non richiede iscrizioni. Eppure ci allena ogni volta che apriamo un libro.

Allena il corpo.

Allena la mente.

Allena quello che, con una parola antica ma ancora necessaria, possiamo chiamare spirito.

Viviamo in un tempo in cui siamo abituati ad allenare quasi tutto. Il fisico, la memoria, la produttività, perfino il sonno. Esistono applicazioni che ci ricordano quando bere, quando camminare, quando respirare.

Eppure esiste una forma di allenamento che continua a essere silenziosa, discreta e spesso sottovalutata.

È quella che avviene tra una pagina e l’altra.

Ogni romanzo ci mette di fronte a un limite.

Il limite del corpo, che conosce la malattia, la fame, la guerra, la vecchiaia, la fatica.

Il limite della mente, che inciampa nella paura, nel dubbio, nella follia, nei pregiudizi.

E il limite dello spirito, quella parte di noi che continua a domandarsi quale senso abbiano il dolore, la perdita, la speranza, l’amore e perfino la morte.

I grandi scrittori non hanno mai nascosto questi confini.

Li hanno attraversati.

Ed è proprio attraversandoli che hanno cambiato il modo in cui intere generazioni hanno imparato a guardare il mondo.

Dante non compie soltanto un viaggio nell’aldilà. Attraversa la coscienza umana. Ci ricorda che ogni inferno può diventare una possibilità di rinascita.

Don Chisciotte combatte contro giganti che gli altri chiamano mulini a vento e ci costringe a domandarci dove finisca la follia e dove cominci il coraggio di immaginare un mondo diverso.

Mary Shelley scrive Frankenstein e ci mette davanti a una domanda che oggi, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie, è più attuale che mai: possiamo davvero fare tutto ciò che siamo capaci di fare?

Dostoevskij ci accompagna negli abissi della coscienza.

Kafka ci mostra quanto possa essere fragile un individuo schiacciato da un sistema incomprensibile.

Primo Levi ci dimostra che perfino quando il corpo viene annientato può sopravvivere qualcosa che nessun carnefice riesce a distruggere: la dignità.

Ogni libro è un esercizio.

Ogni personaggio diventa un compagno di allenamento.

Ogni storia aggiunge un po’ di forza ai muscoli invisibili con cui affrontiamo la vita.

Per questo credo che la letteratura non serva semplicemente a conoscere.

Serva, soprattutto, a prepararci.

Ci prepara al dolore senza farcelo desiderare.

Ci prepara alla perdita senza renderla meno amara.

Ci prepara alla felicità insegnandoci che, proprio perché fragile, va custodita.

Ed è qui che mi piace inserire un libro che molti, comprensibilmente, leggono soltanto attraverso la lente della fede.

La Bibbia.

Vorrei però guardarla da un’altra prospettiva.

Da lettore.

Perché, indipendentemente dalle convinzioni religiose di ciascuno, è difficile negare che ci troviamo davanti a una delle opere narrative più influenti della storia dell’umanità.

Personalmente l’ho sempre considerata anche un immenso racconto sull’essere umano.

Un racconto che attraversa deserti, diluvi, regni, guerre, esili, tradimenti, perdoni, speranze e rinascite.

Un libro popolato da uomini e donne straordinariamente imperfetti.

Mosè conosce il peso della responsabilità.

Giobbe affronta il dolore senza perdere la necessità di interrogarsi.

Davide alterna grandezza e fragilità.

Giona fugge dalle proprie paure.

I Vangeli raccontano persone che sbagliano, dubitano, tradiscono, si rialzano.

Che si creda o meno al loro significato religioso, resta la forza narrativa di storie che, da secoli, allenano l’uomo a confrontarsi con le grandi domande dell’esistenza.

La Bibbia non è l’unico libro ad averlo fatto.

Ma è certamente uno di quelli che più hanno contribuito a modellare l’immaginario collettivo, influenzando non soltanto la religione, ma anche la filosofia, l’arte, la pittura, la musica e naturalmente la letteratura.

Come tutti i grandi racconti, non obbliga a trovare una risposta.

Invita a cercarla.

Ed è questo, forse, il tratto comune di ogni autentica opera letteraria.

I libri non dovrebbero dirci cosa pensare.

Dovrebbero insegnarci a pensare.

È probabilmente per questo che la narrativa ha avuto un ruolo decisivo nella storia delle società.

Se dovessi individuare il periodo in cui questa forza è diventata maggiormente evidente, guarderei alla seconda metà dell’Ottocento e a tutto il Novecento.

L’alfabetizzazione cresce.

I libri raggiungono milioni di persone.

Il romanzo smette di essere un privilegio di pochi e diventa uno strumento di coscienza collettiva.

Dickens costringe l’Inghilterra a vedere i suoi bambini dimenticati.

Émile Zola porta nelle case il rumore delle miniere e la fatica degli operai.

Harriet Beecher Stowe contribuisce ad alimentare il dibattito sulla schiavitù.

Virginia Woolf cambia il modo stesso di raccontare la mente.

George Orwell ci insegna quanto il linguaggio possa essere manipolato dal potere.

Primo Levi trasforma la memoria in una responsabilità che appartiene a tutti.

Nessuno di questi autori ha cambiato il mondo da solo.

Ma tutti hanno cambiato il modo in cui milioni di persone hanno imparato a guardarlo.

Ed è proprio da uno sguardo nuovo che nascono i cambiamenti più duraturi.

Ancora oggi la narrativa continua ad allenarci.

Ci parla della malattia senza ridurci alla malattia.

Della disabilità senza trasformarla in pietismo.

Della depressione senza vergogna.

Dell’identità senza paura.

Della guerra senza retorica.

Dell’intelligenza artificiale senza rinunciare a domandarsi che cosa significhi, davvero, essere umani.

Cambiano gli argomenti.

Cambiano i linguaggi.

Non cambia la funzione della letteratura.

Continuare a ricordarci che ogni limite può diventare una soglia.

Forse è questo il motivo per cui continueremo sempre ad avere bisogno dei libri.

Non perché ci offrano risposte migliori.

Ma perché ci insegnano a porci domande migliori.

E chi impara a domandarsi il senso delle cose ha già iniziato, senza accorgersene, a superare i propri limiti.

Per questo continuerò a pensare che ogni biblioteca assomigli a una palestra.

Silenziosa.

Accogliente.

Esigente.

Una palestra in cui non si allenano i muscoli, ma l’empatia.

Non il fiato, ma il pensiero.

Non la forza fisica, ma quella capacità tutta umana di rialzarsi dopo ogni caduta.

E forse è proprio questa la più grande vittoria della letteratura.

Ricordarci che il corpo ha dei limiti.

La mente ha dei limiti.

Perfino lo spirito, qualche volta, vacilla.

Ma finché esisterà una storia capace di parlarci, nessuno di questi limiti sarà mai davvero l’ultima parola. 

ASCOLTA LA RECENSIONE
Voce di Federico Benna

Musica: Brave Tales di Waves

ALTRO DA YOUTUBE

Agenzia Alfa

di Alex Bettucchi

Articoli recenti