Mafiaville: raccontare la memoria senza abbassare lo sguardo.

di Salvatore.Sconzo

Mafiaville di Gabriele Cantella

iDobloni Edizioni

Ci sono libri che non nascono per intrattenere, ma per scavare. Romanzi che non chiedono soltanto di essere letti, ma di essere attraversati come si attraversa una città ferita, una strada che conserva ancora l’eco di passi inquieti, di spari lontani, di silenzi che nessuno ha mai davvero avuto il coraggio di rompere.

“Mafiaville” di Gabriele Cantella appartiene a questa categoria rara e necessaria di opere: quelle che scelgono di guardare negli occhi la memoria senza abbassare lo sguardo.

Cantella compie un’operazione delicata e potentissima. Evoca una vicenda realmente accaduta negli anni Novanta — una delle pagine più oscure e incandescenti della storia di Gela — e lo fa con la consapevolezza di chi sa che certi luoghi continuano ancora oggi a portare addosso il peso di ciò che è stato. Come un’onta. Come una cicatrice che il tempo non ha cancellato, ma soltanto coperto di polvere.

Ed è proprio qui che il lavoro di Gabriele si trasforma in qualcosa di più di un semplice romanzo: diventa coraggio e parola. Parola di gelese. Parola di siciliano. Parola di giornalista che sceglie di raccontare ciò che troppo spesso si vorrebbe lasciare nascosto sotto il tappeto della convenienza, del pudore o della paura.

“Mafiaville” restituisce dignità a Gela e ai gelesi non cancellando il dolore, ma attraversandolo. Perché esiste una differenza enorme tra infangare una terra e avere il coraggio di raccontarne le ferite. Cantella lo sa bene. E per questo sceglie la via più difficile: quella della memoria.

Il romanzo ricostruisce, in maniera romanzata ma con una tensione al realismo quasi documentaristica, i minuti più cruciali di una faida feroce tra cosche malavitose in guerra per il controllo del territorio. Minuti in cui la vita umana sembra perdere valore e la storia viene scritta col sangue, con il sacrificio, con il rumore sordo della violenza organizzata.

Eppure, dentro questa oscurità, Cantella riesce a fare qualcosa di raro: tratteggia i protagonisti della mala non soltanto come figure criminali, ma come incarnazioni deformi di un potere malato. Personaggi loschi, viscidi, ambigui, che l’autore dipinge con una sensibilità narrativa sorprendente e, a tratti, persino con una sana e innata aura grottesca. È forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti di “Mafiaville”: la capacità di mostrare quanto il male possa diventare teatrale, quasi caricaturale nella sua ferocia, senza mai perdere la sua natura profondamente tragica.

Non è un caso che un giornale francese arrivò a chiamare Gela proprio “Mafiaville”. Un nome duro. Violento. Quasi definitivo. Ma il libro di Cantella sembra voler sottrarre quella definizione alla superficialità dello stereotipo per restituirla invece alla complessità della storia. Perché dietro quel nome esisteva una città vera, fatta di persone oneste, di famiglie, di lavoratori, di uomini e donne costretti a convivere con una guerra che divorava tutto.

I luoghi descritti in “Mafiaville” possiedono una forza evocativa straordinaria. Le strade, i quartieri, gli angoli di Gela sembrano materializzare contemporaneamente la luce e tutte le ombre della Sicilia. Cantella li racconta eliminando spazio alle malelingue, alle semplificazioni, ai giudizi facili. E in questo riecheggia quasi la voce del compianto Ivan Graziani, quando cantava contro chi parla senza conoscere davvero.

Perché il lavoro di Gabriele è sempre stato questo: raccontare la storia. Anche quella più difficile da sostenere. Anche quella che brucia. Una storia che dentro di lui scorre come un fiume in piena, lasciando segni di dolore ma non per questo indegni di diventare parola stampata.

“Mafiaville” non consola. Non assolve. Non cerca scorciatoie morali. Racconta sé stessa, i propri protagonisti, il proprio tempo. E nel farlo ci costringe a guardarci dentro. A domandarci cosa abbiamo imparato davvero da quegli anni. Cosa abbiamo aggiustato. E soprattutto cosa ancora resta da aggiustare, comprendere, affrontare con coraggio.

Forse c’è ancora tantissimo da fare.

Ma è anche grazie a libri come questo se certe strade possono continuare a essere percorse a testa alta. Perché autori come Gabriele Cantella scrivono per la memoria, per la Sicilia onesta, per chi non vuole dimenticare e per chi sa che la dignità non nasce dalla rimozione del passato, ma dalla capacità di guardarlo senza arretrare.

Ed è questo il valore più autentico di “Mafiaville”: ricordarci che esistono storie che fanno male proprio perché parlano di noi. Del nostro Paese. Delle nostre omissioni. Delle nostre paure. Ma anche della possibilità, ancora viva, di trasformare la memoria in coscienza.

Breve biografia

Gabriele Cantella è un giornalista e autore siciliano profondamente legato alla sua terra. Attraverso il suo lavoro ha sempre cercato di raccontare la Sicilia senza filtri, affrontandone le contraddizioni, le ferite e le complessità sociali. Con “Mafiaville” dà voce a una delle pagine più dolorose della storia recente di Gela, intrecciando rigore giornalistico e forza narrativa in un racconto che unisce memoria civile e letteratura.

Buona lettura!

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