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Viaggi tra storie, memoria e meraviglia

di Salvatore Sconzo

Santa Rosalia, l’ultima leggenda che Palermo continua a scrivere.

Questa storia non appartiene solo ai libri. Questa storia appartiene al mondo e ha scelto di abitare le strade di Palermo.

Queste sono storie che non hanno bisogno di essere lette, semplicemente perché continuano a essere vissute. Si tramandano negli sguardi di chi aspetta una processione, nelle mani giunte di un anziano, nel silenzio improvviso che precede un canto, nelle finestre illuminate di una città che, almeno per una notte, sembra ricordare chi è stata e, forse, chi desidera ancora essere.

Palermo, tra passato e presente è una di quelle città.

Ogni estate, quando il sole cede il passo alla sera e il Cassaro (Quartiere storico della città) torna a riempirsi di passi, di luci e di attese, qualcosa accade. Non è soltanto una festa. Non è soltanto una ricorrenza religiosa. La città riapre un antico manoscritto e ne legge ancora una volta la pagina più preziosa.

Quella pagina porta il nome di Santa Rosalia.

È curioso come il tempo trasformi le persone in simboli.

Rosalia fu una giovane donna, nata in una famiglia nobile, che scelse il silenzio prima e l'eremitaggio dopo invece del privilegio, la solitudine invece della corte, una grotta sul Monte Pellegrino (ancora oggi meta di tanti pellegrini, sia siciliani che provenienti da tutto il mondo) invece degli onori del mondo. La sua è una vicenda che appartiene alla storia. Ma ciò che la storia, da sola, non riesce a spiegare è il modo in cui una vita riesca a entrare nell’anima di un popolo.

È qui che nasce la leggenda.

Non quella che si oppone alla verità dei fatti, ma quella che permette ai fatti di sopravvivere ai secoli.

Quando, nel Seicento, Palermo fu piegata dalla peste, la città trovò nella figura della Santuzza un segno di rinascita. Da allora, ogni Festino rinnova quel legame invisibile tra la memoria e la speranza. Non importa quanto il tempo sia trascorso. Alcuni racconti non invecchiano perché continuano a rispondere alle stesse domande che ogni generazione si porta dentro.

Chi siamo?

Che cosa ci tiene uniti?

Dove troviamo la forza per ricominciare?

Forse è questo il motivo per cui il Festino continua a emozionare anche chi non vive la fede come esperienza religiosa. Perché, prima ancora della devozione, parla il linguaggio universale del racconto.

Ogni popolo, in fondo, ha bisogno delle proprie storie.

Gli antichi le affidavano agli aedi, i monaci ai manoscritti miniati, gli scrittori ai romanzi.
Palermo le affida ancora alle sue piazze.

Il carro della Santuzza attraversa la città come una pagina che prende vita. Le strade diventano capitoli, la folla si trasforma in coro e ogni volto aggiunge una parola a un racconto che nessun autore ha mai scritto per intero, perché appartiene a tutti.

È una forma di letteratura che non si conserva sugli scaffali, ma nella memoria collettiva.

Prima ancora che nei libri, la cultura è nata dalla voce.

Le storie venivano raccontate attorno ai fuochi, nelle piazze, durante le feste, nei pellegrinaggi.
Così sono nate le grandi epopee e così sono sopravvissute le leggende popolari. Anche il Festino custodisce questa eredità. Nei secoli, Palermo ha cantato Santa Rosalia con versi semplici, con i Triunfi popolari (canti tradizionali popolari curati ed eseguiti dai ciechi del luogo), con le preghiere recitate nelle case e con i racconti tramandati dai nonni ai nipoti. Una letteratura senza copertina, ma non per questo meno preziosa.

La grande letteratura religiosa conosce bene questo mistero.

Le vite dei santi non raccontano soltanto uomini e donne straordinari. Raccontano ciò che ogni essere umano potrebbe diventare quando decide di seguire una voce più profonda delle proprie paure.

Rosalia sale sul Monte Pellegrino come molti altri personaggi della letteratura salgono verso una montagna, una foresta o un deserto. Non è soltanto un luogo geografico. È uno spazio dell’anima.

Ogni autentico viaggio comincia sempre con un allontanamento.
Ulisse lascia Itaca.
Dante attraversa la selva oscura.
I pellegrini medievali percorrono strade sconosciute.
Rosalia sceglie il silenzio della montagna.

Cambiano i tempi, cambiano le destinazioni, ma resta immutata la domanda che accompagna ogni viaggio: cosa siamo disposti a lasciare per trovare noi stessi?

Forse è anche per questo che la sua figura continua a parlare al presente.

Viviamo in un’epoca in cui tutto corre. Le notizie durano il tempo di uno schermo acceso. Le immagini si consumano nel giro di poche ore. Eppure esistono racconti che resistono. Non perché siano rimasti identici, ma perché ogni generazione continua a ritrovarvi qualcosa di sé.

Walter Benjamin scriveva che il narratore è colui che custodisce l’esperienza e la consegna agli altri. Forse Palermo (città che mi ha dato i natali), ogni anno, compie proprio questo gesto. Raccontando Santa Rosalia non conserva soltanto il ricordo di una santa, ma trasmette una visione del mondo in cui la memoria diventa una forma di speranza.

Anche la grande letteratura siciliana sembra muoversi lungo questo confine.

Ne Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa racconta una Sicilia sospesa tra ciò che cambia e ciò che resta. Leonardo Sciascia, con uno sguardo diverso, ci ricorda invece quanto sia difficile separare la verità dei fatti da quella dei simboli. Entrambi, pur percorrendo strade differenti, sembrano suggerire che un popolo non vive soltanto di cronache, ma anche delle immagini nelle quali sceglie di riconoscersi.

Santa Rosalia è una di quelle immagini.

Non appartiene soltanto alla devozione.

Appartiene all’immaginario.

Ed è forse questa la ragione più profonda per cui il Festino continua a esistere.

Non perché Palermo abbia bisogno di ripetere il proprio passato.

Ma perché ogni anno sente il bisogno di ricordare a sé stessa che la speranza può ancora attraversare le sue strade.

Forse è questo che fa la letteratura quando è autentica.
Non ci offre risposte definitive.
Accende una luce.
Ci restituisce un volto.
Ci ricorda che siamo figli delle storie che scegliamo di custodire.
E allora il Festino non è soltanto una celebrazione.
È un libro che nessuno possiede e che tutti continuano a scrivere.

Ogni bambino che alza gli occhi verso il carro, ogni anziano che sussurra una preghiera, ogni musicista che accompagna il cammino della Santuzza, ogni palermitano che, anche vivendo lontano, torna con il pensiero a quella notte di luglio, aggiunge una riga a quel libro invisibile.

Forse un giorno cambieranno le scenografie, le luci, le musiche e perfino il modo di vivere la festa.

Ma finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare la storia di una giovane donna che scelse il silenzio e divenne la voce di un’intera città, Palermo continuerà a riconoscersi nella sua leggenda.

Ci sono pagine che il tempo ingiallisce.
E poi ce ne sono altre ancora che il tempo, con infinita pazienza, continua a scrivere.

Che sia un festino felice e festoso!

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